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Cinema degno di nota

Brody-Whiplash-1200 Andrew Neiman alimenta un’ostinazione travestita da sogno, camuffata da passione giovanile: diventare qualcuno, essere ricordato come uno dei migliori musicisti degli Stati Uniti d’America. Il suo non è semplice e sano amore per la musica, ma necessità di emergere dalla mediocrità in cui è cresciuto e in cui abita, accompagnato da un amorevole padre, scrittore fallito, annacquato nell’insegnamento. Isolato per sua scelta, il ragazzo trova nel tremendo maestro Flechter, onnivoro e severo talent scout, il migliore stimolo per la sua determinazione. Assieme a lui darà il via ad un duetto che ignora l’orchestra per soffermarsi sullo sconto totale tra due persone che si stimano in modo perverso. Senza alcuna nota stonata, Whiplash procede impeccabile e rigoroso come uno spartito privo di macchie, non volendo mai apparire come un semplice film sulla musica. L’opera seconda del trentenne Damien Chazelle utilizza l’arte sonora come strumento, come mezzo per un racconto impregnato di sangue e frustrazione, di desiderio malato e profonde solitudini. La batteria è scelta non a caso, proprio in quanto strumento di percussione (e percosse) che necessita di un atto violento per produrre musica. Per questo il palco è un ring dove esplicitare un ansiogeno rapporto maestro-allievo, dove le motivazioni sono spinte oltre i limiti e obbligano a scomodare il proprio senso del sacrificio.

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Il demone glabro splendidamente interpretato da Simmons non ha bisogno di una bacchetta tra le mani per comandare, perché tiranneggia a suon di tempie innervate, dita ossute e una lingua arcigna che offende, violenta, scava. La grandezza di Whiplash è quella di dare vita a due personaggi che non si risolvono nella semplice dicotomia “vittima-carnefice”, ambendo a trovare in loro punti di contatto crudeli ma necessari per entrambe le personalità. Mentre lo spettatore si interroga sul valore offerto alle sue ambizioni,  Whiplash delinea una cattiveria quasi sensata, in quanto veicolo di una missione costruttiva che passa da una necessaria demolizione dell’altro. Un viaggio doloroso e intimo, dentro se stessi e contro una nemesi essenziale per migliorarsi e sentirsi approvati da un mondo che ricorda meglio i sacrificati (geni della musica morti troppo presto) che i sacrifici. Una visione cinica e pragmatica dell’esistenza che quasi scoraggia la sfera degli affetti, della collettività (l’orchestra è sempre in secondo piano), nemica assoluta per l’affermazione del singolo. Seguendo questo ritmo martellante, per una volta le note ovattate del jazz servono a tamponare il sudore che sgorga sullo schermo e in platea, dalle tempie di chi soffre seduto a suonare martoriandosi e di chi assiste, faticando non poco, a questo assoluto, spietato, elegante capolavoro.

Giuseppe Grossi