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Il settimo figlio di un dio minore

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Una maga maligna assetata di vendetta, una luna rossa che annuncia terribili presagi e un cavaliere-mago alla ricerca di un degno allievo con cui combattere una volta per tutte le streghe che minacciano il mondo. Con queste premesse tutt’altro che originali, Il settimo figlio parte per un’avventura che vorrebbe essere un dark fantasy, con derive per niente fiabesche e più addentrate in un medioevo fangoso, ma che sfocia in una parodia involontaria di un genere difficile da raccontare al di fuori della Terra di Mezzo.

Nella terra del nulla ci rimangono storia e spettatori, spiazzati da costumi kitsch, stereotipi a forma di personaggi, fagocitati da un prodotto ibrido che non riesce davvero ad avere un’identità, a trovare un registro espressivo sospeso tra l’ironico e l’enfatico, a motivare uno sforzo produttivo di quasi cento milioni di dollari. Siamo di fronte all’ennesima falsa partenza di un franchise di natura letteraria. Come è stato per la Bussola d’Oro, Eragon, L’ultima legione (e in parte per la più riuscita ma non meno tribolata trilogia de Le Cronache di Narnia), anche qui a precedere la pellicola ci sono pagine, nello specifico de L’apprendista mago di Joseph Delaney, primo di tredici libri. Una minaccia, a questo punto.

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Dopo Il grande Lebowski, per Jeff Bridges e Julianne Moore dal Drugo al Drago il passo è enorme e ha lo stesso rumore di un tonfo prevedibile. Se Ben Barnes è ormai noto per la sua imbarazzante faccina inespressiva da bravo ragazzo (già in grado di rubare carisma al Principe Caspian e a Dorian Gray), i due celebri attori si sono imbarcati in un calderone di temi stropicciati dal tempo, in una storia che abbozza un mondo e tratteggia personaggi senza disegnare mai qualcosa di simile ad un racconto.

Vorrebbe essere una pellicola sulla tolleranza, sui legami che resistono ai pregiudizi e sul desiderio di seguire la propria libertà a scapito delle regole imposte dagli altri. Più che una morale, questo è il tema non rispettato di una fiera di cosplayer dove gli effetti speciali rievocano gli anni Ottanta e la scenografia, un incomprensibile ibrido tra oriente o occidente, riporta alla mente Hercules, Xena e Fantaghirò. Il cinema è altrove. Questo film, derivativo e minore sin dal titolo, è buona distrazione per pomeriggi televisivi pomeridiani. Ma un pregio, infine, c’è. Se nel fantasy si fa spesso fatica a memorizzare l’albero genealogico dei personaggi, qui si taglia corto perché il giovane Tom non è che “il settimo figlio di un settimo figlio”. A conferma che in questo carnevale non richiesto non c’è davvero qualcosa da ricordare.

Giuseppe Grossi

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