Archivi categoria: Uncategorized

UT – Complemento della fine

COPE

Il mondo dopo la fine. Ancora una volta, ma questa volta è diverso. Di solito è l’uomo a rimanere. Qui no. Nemmeno lui. Quello che resta dopo l’umanità è un panorama desolato di esseri mossi da istinti primordiali (fame, possesso, dominio) che si muovono dentro spazi vuoti, sgombri, abitati da ombre fameliche e da una composta disperazione. Eppure UT non è un fumetto post-apocalittico perché la fine è ancora in atto, si compie pagina dopo pagina, mentre la lettura e la digestione di quest’opera inquieta si dimostra esperienza difficile da raccontare altrove, al di fuori delle sue prime 98 pagine che si insinuano lentamente nella testa del lettore. Solo e soltanto la sua, perché è quasi impossibile raccontare ad altri di cosa parli UT. UT non racconta, insinua. UT non narra, accenna. E lo fa con il tratto disturbante di Corrado Roi e le parole dirette (talvolta quasi infantili nel loro essere primordiali) di Paola Barbato.

IMMAGINE 1

Pieno zeppo di personaggi dal sorriso rovesciato e di sguardi fuori dalle orbite, UT narra di UT, un individuo ingenuo e testardo afflitto dal dono della curiosità, messo a guardia di una mastaba che contiene qualcuno di molto particolare. È forse questo il massimo della sinossi condivisibile. Il resto bisogna scovarlo e scavarlo da soli. Dentro un cruciverba che vive solo di bianchi e di neri, senza un’unica soluzione e allergico alle “definizioni”.

Sì perché UT è un fumetto che non assomiglia a niente e per questo disorienta. Perché non concede appigli al lettore, è allergico alle rassicurazioni del confronto, del già visto e del già sentito. UT rifiuta il genere, sia nei suoi personaggi (che sembrano asessuati) che dentro le solite categorie. Insomma, si fa prima a dire cosa non sia UT. Non è fantasy. Non è steampunk. Non è post-apocalittico. Non è fantascienza.

IMMAGINE 2

Forse, se proprio abbiamo bisogno di inquadrare le cose, potremmo definirlo “filosofico” e “antropologico”. Questo primo albo ci mostra sempre personaggi “in ricerca”, sempre mossi dal desiderio di raggiungere qualcosa di necessario e di prezioso per ognuno di loro. Che siano gatti o libri mitici. E allora il nome del protagonista (e della testata) assume senso, coincidendo con la congiunzione latina da cui nascono i complementi di fine. Ecco come si presenta UT: voglioso di trovare un senso, un’utilità, in ognuna delle sue anime perdute. E nonostante il volume si chiami “Le vie della fame”, ciò che sale in bocca dopo la lettura è la sete. Per l’aridità del panorama narrato, per la secchezza della sua desolante necropoli, per la voglia di averne ancora. Un goccio per volta.

Giuseppe Grossi


Macbeth – Nella placenta dell’ambizione

 macbeth-2015-movie-poster-wallpapers

Fuliggine e sangue. Odore di fuoco, volti tumefatti e suoni ovattati, nati da parole troppo piene di senso e poesia per essere colte tutte assieme. Così è il Macbeth di Justin Kurzel: gonfio di parole e immagini, strabordante di colori e frasi sovraccariche di senso.  Bello e insostenibile nel tempo di una sola visione. Un’opera incontinente, talmente gonfia da mettere alla prova sia gli occhi che le orecchie, che parte lentamente per diventare ancora più pesante nel mezzo e poi sempre più leggera, come i passi di un bambino già adulto che fugge dagli affamati signori di Bretagna.

Sostenuto da una colonna sonora soffiata, fuoriuscita da un solenne e lungo funerale, Kurzel fa morire poco alla volta l’animo corrotto del suo Macbeth e fa tornare in vita la lucidità di Shakespeare. Del poeta conserva i testi memorabili, ma soprattutto una storia conscia degli artifici della messa in scena. Così come il Bardo parlava attraverso metafore teatrali (“La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si dimena durante la sua ora sul palcoscenico”), questo Macbeth esibisce la sua consapevolezza cinematografica; sfrutta il cinema per rappresentare un’armonia perfetta tra letteratura e visione. Quasi fosse un graphic novel composto da tavole fotografate alla perfezione, il film di Kurzel sottolinea lo scontro dei corpi attraverso il rallenti e celebra di continuo il matrimonio indissolubile tra immagini e parole che fanno l’amore tutto il tempo.

1280x720-Cjb

Così la Scozia diventa il teatro spoglio di questo tracotante Macbeth, il trono è il suo palco, mentre lo schermo chiude tutti i suoi personaggi-spettatori del delirio regale dentro una placenta arancione simile ad un purgatorio di anime perdute. Perché anche negli spazi aperti e nelle vallate, qui non sembra esserci spazio per la Storia, non esistono popoli, non c’è né il tempo, né lo spazio, ma ombre fumose che fuggono nei boschi e si rintanano dentro i castelli.

Chi osa di più, non è un uomo” dice un Macbeth ancora dotato di senno e di sonno, e Kurzel forse lo ascolta. Non osa, ma usa. Il cinema e Shakespeare. E lo fa benissimo. La sua è una revisione pacata, che si manifesta nelle sue donne dominanti e diverse da tutto il resto. Sono loro e soltanto loro a dominare il re folle, usato come burattino di volontà femminili. Lo fa la sua Lady (pettinata e truccata fuori epoca), seminatrice del germe decisivo, con l’arma della seduzione tentatrice e poi tre streghe per niente mostruose come avevamo sempre immaginato, ma  umanissime epifanie che influenzano Macbeth con profezie e superstizioni.

M2GAi

Il regista non taglia il cordone ombelicale che lo lega all’Autore-padre, almeno fino a quando nel finale, come un bimbo che raccoglie un testimone a forma di spada, intuisce la necessità di prendere una strada davvero sua. Appena in tempo per smentire persino Shakespeare: “La vita è una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furia, che non significa nulla”. Questo film, invece, vuole significare ed estendere il delirio di un uomo alla natura dell’Uomo. Ed è per questo che lo schermo sanguina e brucia tutto il tempo, anche dopo i titoli di coda.

★★★★

Giuseppe Grossi


Star Worst: i peggiori film del 2015

Alla fine è più che altro una questione di aspettative. Di attese personali oltre che di bontà effettiva. Di elucubrazioni private tradite, di attese tutte nostre che si frantumano dinanzi a film assai deludenti. Eppure l’oggettiva bruttezza è sempre pronta a manifestarsi, ogni anno, sotto inaspettate o prevedibili vesti. Questo per dirvi che siamo qui a leggere la mia personale perplessità a forma di 2015 cinematografico. Non per forza film orrendi, e non sempre pellicole scadenti, ma anche opere sopravvalutate, schiacciate dalle suddette speranze o immerse in un vischioso squallore.

peterotooleratatouille
Non di sole emozioni colorate, imperatrici furiose, risvegli stellari, iperbolici ritmi jazz e intelligenze artificiali ha vissuto quest’anno.
Ecco il peggio a cui siamo stati costretti. Le illusioni, gli errori visibili da tutti ma non dai diretti interessati e l’imbarazzo. Eccoli, di nuovo. Eccoli, purtroppo.

Sono 8, perché sono talmente svogliati da non arrivare ad una canonica decina.

 

 

8) The Imitation Game

THE IMITATION GAME

Gradisce una confezione di Roma o andiamo con il solito Arpeggio?

Diciamo la verità. Ogni classifica sul peggio dell’anno è scritta con una buona dose di piacere sadico, e inserire subito un giudizio impopolare scuote subito la sensibilità e l’attenzione del curioso lettore, altrettanto affamato di infamia e cattiveria. Quello di Tyldum è un film educato, girato col pilota automatico e quindi prevedibile, stantio. Troppo pensato per piacere il più possibile, con più cervello che cuore. Fosse uscito nel 2000, forse, sarebbe stato da lodare, ma tutto assomiglia ad un dejà vù. Cumberbatch nella sua ennesima maschera di individuo superiore e genio glaciale (dopo Sherlock e il villain di Star Trek facciamo anche basta) e Keira Knightley che non riesce proprio a farci capacitare di una delle più assurde nomination all’Oscar. Sarà per il ritmo compassato e la narrazione patinata da filmone di RaiUno o, forse, per quelle bobine sempre sullo sfondo che, per me, sembrano delle cialde della Nespresso.

 

7) Exodus

EXODUS: GODS AND KINGS

Anche in Egitto si giocava alla morra cinese.

Ridley, per fortuna ti abbiamo ritrovato su Marte, perché anche la Bibbia non ci ha illuminato sulla tua sorte. Dov’eri finito? Che ti era successo? Exodus è un altro film non necessario di un regista che sembrava perduto, senza alcun motivo d’interesse e d’esistere. Nemmeno un carismatico Christian Bale riesce ad evitare una piaga di film. Impreziosito da una Sigourney Weaver evanascente e da uno scontro sulle bighe che si sforza di essere memorabile senza riuscirci. Mosè Begins no. Non funziona. Scusa, Ridley. Perdonami, Christian.

 

6) Il Settimo Figlio

23

“Fammi coprire, che è meglio”.

Dopo il Grande Lebowski, Il Drugo Jeff Bridges e Juliane Moore si riabbracciano. Nei film dei fratelli Coen si destreggiavano tra meravigliose allucunazioni, ma in questo maldestro dark fantasy travestito da imbarazzante Fantaghirò 2.0 emerge soltanto una storia allucinante. Costumi ed effetti speciali degni dei peggiori episodi di Xena, un Ben Barnes come sempre inutile e un Alicia Vikander meno espressiva di quando Oscar Isaac la teneva ancora spenta in Ex Machina. La magia del fantasy è spezzata. L’incantesimo sollevato da Peter Jackson si è spento da tempo. Consigliato per uno spensierato sabato pomeriggio su Italia 1.

 

5) Jupiter – Il destino dell’universo

maxresdefault

“Avanti, dove sono i veri Wachowski?”

Uno dei due fratelli Wachowski ha cambiato sesso, ma il fatto è che entrambi sembrano aver cambiato mano, testa, tatto, sguardo. Tutto. Jupiter è un calderone confuso di fantasy e sci-fi dove Mila Kunis dimostra tutta la sua goffaggine. Anche perché dimostrarsi “più piccola” persino di questo Tatum è ardua impresa. Dopo averlo visto, la sensazione è quella di una frastornante sessione di gioco alla PlayStation 3. Il gioco lo avete pagato 4 euro e lo avete preso dallo scatolone delle offerte di MediaWorld.

 

4) Pixels

ap_pixels_ml_150724_16x9_992

I Lannister non pagano sempre i loro debiti.

Avete presente la magia citazionista di Ralph Spaccattuto e la nostalgia immatura di Ted? Niente di tutto questo. Per una volta il “game over” dovrebbe apprire prima della scritta “insert coin”, ma il vostro biglietto, ormai, è già bello che pagato. Adam Sandler, ci sei riuscito. Di nuovo.
3) Terminator Genisys

epcjckx9aql6darbtjvv

Se mentre guidi si guarda indietro, ci si schianta.

“I’ll be back”. Perché hai mantenuto la promessa, Arnold? Potevi rimanere lì, ancorato ai ricordi più belli di James Cameron e invece sei tornato a combattere. Sei il meno stanco di tutti, perché i problemi sono soprattutto degli altri. Di un regista incapace di aggiornare il mito, ma solo di aggrovigliarsi e perdersi in una storia inutilmente contorta. Di un trailer che svelava un’assurda scelta di sceneggiatura. Di un casting sbagliato. Tu hai fatto il tuo, Governatore. Hai imparato l’ironia dai Mercenari e ti sei messo a sorridere di te stesso. Ti perdoniamo, mentre con un dvd in mano, ci apprestiamo a rivedere il tuo pollice in su sciogliersi lentamente nella lava. Piangiamo lacrime di magma.

 

2) The Gunman

THE-GUNMAN

“Ci vediamo su Rai 2 alle 14,45”

Colpi di tosse e imbarazzo su tutti i fronti. Un film senza alcun senso, con delle scene d’azione ridicole, uno Sean Penn fuggito male da una rimpatriata organizzata da Stallone e uno Javier Bardem che, giustamente, saluta presto la cafonata. Il merito è soltanto uno: rivalutare le scene d’azione de L’Ispettore Derrick.
1) Fantastic 4

Fantastic-Four-Reed-Richards-4

Miles Teller guarda la scheda del film su Rotten Tomatoes.

Un’operazione sbagliata prima ancora di entrare in sala. Ripudiata dagli attori, anticipata da dichiarazioni masochiste, affossata da una Cosa che sembra una croccola ambulante. Può il titolo di un film darsi il voto da solo? Sì. E in questo caso si sopravvaluta.

 

 

Giuseppe Grossi


Cosa resterà di questo 1992

http---www.rockol.it-img-foto-upload-1992 Un cliffhanger che neanche Silvester Stallone nel 1993, un assist gigione alla seconda stagione della serie, scritto sulle labbra compiaciute di Stefano Accorsi: “Sarà un grande 1993”. Bene, lo speriamo, ma come è stato questo 1992? Promettente, senza dubbio. Deludente, anche. Partita in modo convincente con due episodi che sembravano avere il giusto equilibrio tra narrazione socio-politica corale e storie inedite di sei personaggi in qualche modo legati, la serie si è pian piano rivelata per quello che è veramente. Un indeciso tentativo di dare ampio respiro ad un racconto con le adenoidi infiammate, collassato dentro trame banali sostenute da personaggi piuttosto sbiaditi. 1992_serie_tv Dispiace dirlo, ma 1992 ha forse nel personaggio di Accorsi la sua sintesi: ambizioso ma presuntuoso, ricco di idee ma fallimentare. Un prodotto che non sa di preciso cosa vuole essere, nel quale a  volte si sfiorano i toni del legal drama, altre ci si sofferma sulle sotto trame politiche oppure sentimentali di protagonisti poco solidi. Insomma, uno zapping degno dei migliori anni Novanta. Si rimane in superficie a parlare della superficie senza mai affondare con coraggio e decisione un tema. Chiaro che tutta questa delusione nasca dal materiale che gli sceneggiatori avevano a disposizione, ricchissimo di risvolti etici e culturali che si sono poi rivelati colpevolmente marginali. La speranza, nata dal sottotitolo della serie (“il futuro non è ancora stato scritto”), è che la trilogia ci sorprenda con un diversivo, uno spiazzante what if  capace di mostrare uno sviluppo alternativo di scenari che tutti conosciamo, con “tu sai chi” che scende in campo. Ed è proprio la consapevolezza uno dei problemi di questo 1992. Prima di tutto: ci ha raccontato qualcosa che non sapevamo? La velina, il politico manipolatore, l’aziendalista cinico. È davvero cambiato qualcosa? No. È questo l’unico merito, si spera volontario, di una serie che ci sbatte in faccia caratteri che non si sono affatto evoluti. E poi viene da chiedersi a chi sia rivolto questo prodotto. Al pubblico italiano rimasto fermo a Squadra Antimafia? Perché i riferimenti (chiamiamoli così) a colossi come Mad Men – più volte saccheggiato – e House of Cards – talvolta mal scimmiottato – fanno pensare che il target di riferimento sia uno spettatore abbastanza ingenuo, incapace di cogliere la differenza tra l’omaggio, la citazione e il plagio. Ben fotografata, musicata e presentata da una bella sigla incalzante, 1992 ha la forma di un’ottima confezione per un regalo di poco peso, puro packaging, una serie che ha il retrogusto della ruffianeria, senza una tensione drammatica pulsante e coinvolgente (caratteristiche che la miniserie Uno bianca del 2001 aveva eccome). In questo garbato affresco non c’è empatia (salvo forse il personaggio del sempre bravo Caprino) né la forza dirompente di altre serie Sky come Romanzo Criminale e Gomorra. E allora, forse, l’idea di Stefano Accorsi era una, nel senso di una sola. Contenuti extra – L’idea di Stefano Accorsi (che fa sesso anche con i fantasmi) accorsi accorsi2 – Scene di pentimenti e purificazioni sotto la doccia. Facciamo anche basta. leone – I cognomi dei personaggi: Bosco, Notte, Lupo, Castello. L’unica cosa da favola della serie. – Più spazio a quest’uomo, per favore Di Pietro -E questa irresistibile coppia lega – Pare che in una scena tagliata, Tea Falco partecipi a “La ruota della fortuna” chiedendo solo vocali. tea_falco_new – Si, le battute di Massimo Boldi sono rimaste quelle del 1992. boldi – Il giocattolaio di Blade Runner è ancora vivo. Ora spaccia. giocattolaio – Un pacco di tortellini se lo fa pagare quasi 3 euro, ma le lezioni di recitazione Giovanni Rana le dà gratis rana – Per Miriam Leone, più che altro, sono stati anni a Novanta novanta – Sguardi fuori dalla finestra sui palazzi del potere. Qualcuno ha detto Mad Men? madmen tumblr_m5hbiaZsvR1qhq4x6o2_1280 – Sfogare le frustrazioni del lavoro facendo sport in casa. Qualcuno ha detto House of Cards? accorsi si allena rowrow – Il personaggio interpretato da Tea Falco eredita un impero e si chiama Bibi. B.B. CALCIO: MILAN-CATANIA – A chi non interessa il sangue di Matt Damon? mattdamon – L’immagine definitiva della serie. Caprino cerca qualcuno bravo quanto lui. caprinosolo Giuseppe Grossi


Batman V Superman – L’analisi del trailer

Mentre siamo riusciti a gustarci quasi tutto Avengers – Age of Ultron a suon di clip, ecco finalmente arrivare il teaser ufficiale di Batman V Superman: Dawn of Justice, trailer che quasi tutti avevamo già visto attraverso la mano ferma di un ubriaco brasiliano. Zack Snyder ci immerge subito in un’atmosfera cupa, mostrandoci un’umanità in bilico tra l’idolatria e il dubbio, costretta a gestire la discesa terrena di un personaggio ingombrante come Superman. E per quanto sia disonorevole girare un film con Amy Adams senza far apparire Amy Adams nel trailer, andiamo a scoprire i messaggi segreti di questo filmato tanto atteso:

1) Superman si chiede come mai sia finito in una fiera di cosplayer di Nightmare Before Christmas

1

2) I russi nello spazio: i soliti inaffidabili. La Guerra Fredda non è ancora finita.

2

3) In mezzo a tanti dilemmi, i soldati americani si sono moderatamente schierati

3

4) Oltre che un falso Dio, qui abbiamo anche un falso scultore (quel naso?) e tutta la potenza della PlayStation 3.

4

5) “Dove sono gli scettici ora, eh?”

5

6) Eppure il costume di Batman resta più espressivo di Bruce Wayne.

6

7) Il Marvel Cinematic Universe è talmente grande che si, c’è anche Thor

7

8) “Sto andando a casa degli scettici. Li troverò. Uno per uno”.

8

9) Bene, ora diamo un senso al sottotitolo del film

10

10) Batman cerca di convincere Superman a partecipare al sequel di The Lego Movie

Cattu11ra

Intanto Micheal Caine ha appena finito di vedere il trailer.

1367784401_alfredcries

Un paio di bottiglie di Fernet Branca lo aspettano.


Youth – La giovinezza – L’analisi del trailer

Le geometrie ossessive, l’alienazione umana in bella mostra, l’arte come esercizio frustrante. Paolo Sorrentino ritorna in grande, solito stile, con il trailer del suo nuovo film. Dopo la bellezza (sgretolata) di Roma, riecco un nuovo titolo-ossimoro: Youth – La Giovinezza con un Micheal Caine incanutito e stanco che si interroga su tanti perché. Noi, intanto, cerchiamo di capire insieme cosa è trapelato da questo primo, raffinato, teaser trailer:

1) Jep Gambardella ha appena fatto fallire una festa.

2
2) Jep Gambardella e Alfred dopo altri 20 anni di Fernet Branca a Firenze. Trova le differenze.

3
3) Nel mondo immaginato da Sorrentino, le caramelle Club potrebbero essere finite. Per sempre.

4

4) I musicisti di This Must Be The Place sono ancora lì. Hanno preso alla lettera il titolo del film, invecchiandoci dentro.

Cddattura

5) Diego Armando Maradona subito dopo aver dato il calcio d’avvio al Derby del Cuore.

6

6) O molto più probabilmente aveva appena visto tutto ciò:

7

7) Si. Anche a Paul Dano crescono i baffi.

8

8) Rachel Weisz è stata costretta a rivedere The Fountain – L’albero della vita

9

9) Micheal Caine e Harvey Keitel like a boss

1

10) Micheal Caine è finalmente tornato nella Casa del Sidro.

10

Giuseppe Grossi


Il linguaggio dei sogni

picture In casa Belier si parla tanto senza voce. Si mangia a bocca aperta, si litiga, si scherza, si condivide, ci si abbraccia. Con genitori e fratellino sordomuti, Paula è un’adolescente già adulta che ama la musica ma che non si isola mai dietro le cuffie come i suoi coetanei. Non può permetterselo perché è lei a mandare avanti la fattoria di famiglia, aiutando papà e mamma ad allevare il bestiame e a vendere i loro formaggio nel mercatino di paese. Poi, mentre l’eccentrico, finto burbero padre decide di coltivare altri sogni e altre campagne (politiche), la ragazza scopre che dentro di lei battono due novità: un cuore che impara l’amore e un’ugola che non può più rimanere rinchiusa in provincia. Dopo Quasi Amici il cinema francese torna a mettersi i guanti e a maneggiare con tatto vellutato l’universo della patologia che anche qui viene subito normalizzato e sul quale si ironizza, evitando pietismi smielati. Il paradosso messo in scena da Eric Lartigau è quello di un nucleo familiare solido e amorevole che sa anche essere pieno di errori e contraddizioni. Mai pienamente buonista, nonostante il bel quadro domestico in cui si comunica nonostante gli evidenti ostacoli, La famiglia Belier permette a tutti i suoi personaggi di sbagliare almeno una volta, rendendo la storia ancora più credibile ed efficace nella sua esplosione di emotività.

la-famille-belier-photo

Retto dalle spalle ricurve e dalle morbide guance della solare Louane Emera (perla emersa da un talent show), La famiglia Belier è un film luminoso e carico di sentimenti discordanti, note alte per soprani e basse per baritoni. Da una parte emerge il desiderio, comune a padre e figlia, di raggiungere il nuovo, dall’altra permane un senso di vertigine malinconica per il grande salto lontano dalla vita di sempre. In questo senso il regista è stato intelligente a costruire una metafora scenica assolutamente perfetta e coerente. Il legame di Paula con la sua famiglia è viscerale, lei è legata alla sua terra in maniera affettiva ed effettiva, tra terreno, mangime e latte che fuoriesce da mammelle bovine e materne. Questo è un film semplice, diretto, delicato ma non troppo quando strazia con il dolore del distacco dalle radici che hanno insegnato ad ascoltare le proprie vocazioni. La famiglia Belier parla il linguaggio dei sogni attraverso un cinema canterino e silenzioso, segnato dalla crescita e dal cambiamento, muto nel segno del mutevole.

Giuseppe Grossi


Cinema degno di nota

Brody-Whiplash-1200 Andrew Neiman alimenta un’ostinazione travestita da sogno, camuffata da passione giovanile: diventare qualcuno, essere ricordato come uno dei migliori musicisti degli Stati Uniti d’America. Il suo non è semplice e sano amore per la musica, ma necessità di emergere dalla mediocrità in cui è cresciuto e in cui abita, accompagnato da un amorevole padre, scrittore fallito, annacquato nell’insegnamento. Isolato per sua scelta, il ragazzo trova nel tremendo maestro Flechter, onnivoro e severo talent scout, il migliore stimolo per la sua determinazione. Assieme a lui darà il via ad un duetto che ignora l’orchestra per soffermarsi sullo sconto totale tra due persone che si stimano in modo perverso. Senza alcuna nota stonata, Whiplash procede impeccabile e rigoroso come uno spartito privo di macchie, non volendo mai apparire come un semplice film sulla musica. L’opera seconda del trentenne Damien Chazelle utilizza l’arte sonora come strumento, come mezzo per un racconto impregnato di sangue e frustrazione, di desiderio malato e profonde solitudini. La batteria è scelta non a caso, proprio in quanto strumento di percussione (e percosse) che necessita di un atto violento per produrre musica. Per questo il palco è un ring dove esplicitare un ansiogeno rapporto maestro-allievo, dove le motivazioni sono spinte oltre i limiti e obbligano a scomodare il proprio senso del sacrificio.

1280x720-KsP

Il demone glabro splendidamente interpretato da Simmons non ha bisogno di una bacchetta tra le mani per comandare, perché tiranneggia a suon di tempie innervate, dita ossute e una lingua arcigna che offende, violenta, scava. La grandezza di Whiplash è quella di dare vita a due personaggi che non si risolvono nella semplice dicotomia “vittima-carnefice”, ambendo a trovare in loro punti di contatto crudeli ma necessari per entrambe le personalità. Mentre lo spettatore si interroga sul valore offerto alle sue ambizioni,  Whiplash delinea una cattiveria quasi sensata, in quanto veicolo di una missione costruttiva che passa da una necessaria demolizione dell’altro. Un viaggio doloroso e intimo, dentro se stessi e contro una nemesi essenziale per migliorarsi e sentirsi approvati da un mondo che ricorda meglio i sacrificati (geni della musica morti troppo presto) che i sacrifici. Una visione cinica e pragmatica dell’esistenza che quasi scoraggia la sfera degli affetti, della collettività (l’orchestra è sempre in secondo piano), nemica assoluta per l’affermazione del singolo. Seguendo questo ritmo martellante, per una volta le note ovattate del jazz servono a tamponare il sudore che sgorga sullo schermo e in platea, dalle tempie di chi soffre seduto a suonare martoriandosi e di chi assiste, faticando non poco, a questo assoluto, spietato, elegante capolavoro.

Giuseppe Grossi


Il settimo figlio di un dio minore

SeventhSon

Una maga maligna assetata di vendetta, una luna rossa che annuncia terribili presagi e un cavaliere-mago alla ricerca di un degno allievo con cui combattere una volta per tutte le streghe che minacciano il mondo. Con queste premesse tutt’altro che originali, Il settimo figlio parte per un’avventura che vorrebbe essere un dark fantasy, con derive per niente fiabesche e più addentrate in un medioevo fangoso, ma che sfocia in una parodia involontaria di un genere difficile da raccontare al di fuori della Terra di Mezzo.

Nella terra del nulla ci rimangono storia e spettatori, spiazzati da costumi kitsch, stereotipi a forma di personaggi, fagocitati da un prodotto ibrido che non riesce davvero ad avere un’identità, a trovare un registro espressivo sospeso tra l’ironico e l’enfatico, a motivare uno sforzo produttivo di quasi cento milioni di dollari. Siamo di fronte all’ennesima falsa partenza di un franchise di natura letteraria. Come è stato per la Bussola d’Oro, Eragon, L’ultima legione (e in parte per la più riuscita ma non meno tribolata trilogia de Le Cronache di Narnia), anche qui a precedere la pellicola ci sono pagine, nello specifico de L’apprendista mago di Joseph Delaney, primo di tredici libri. Una minaccia, a questo punto.

Seventh-Son-HD-Wallpaper

Dopo Il grande Lebowski, per Jeff Bridges e Julianne Moore dal Drugo al Drago il passo è enorme e ha lo stesso rumore di un tonfo prevedibile. Se Ben Barnes è ormai noto per la sua imbarazzante faccina inespressiva da bravo ragazzo (già in grado di rubare carisma al Principe Caspian e a Dorian Gray), i due celebri attori si sono imbarcati in un calderone di temi stropicciati dal tempo, in una storia che abbozza un mondo e tratteggia personaggi senza disegnare mai qualcosa di simile ad un racconto.

Vorrebbe essere una pellicola sulla tolleranza, sui legami che resistono ai pregiudizi e sul desiderio di seguire la propria libertà a scapito delle regole imposte dagli altri. Più che una morale, questo è il tema non rispettato di una fiera di cosplayer dove gli effetti speciali rievocano gli anni Ottanta e la scenografia, un incomprensibile ibrido tra oriente o occidente, riporta alla mente Hercules, Xena e Fantaghirò. Il cinema è altrove. Questo film, derivativo e minore sin dal titolo, è buona distrazione per pomeriggi televisivi pomeridiani. Ma un pregio, infine, c’è. Se nel fantasy si fa spesso fatica a memorizzare l’albero genealogico dei personaggi, qui si taglia corto perché il giovane Tom non è che “il settimo figlio di un settimo figlio”. A conferma che in questo carnevale non richiesto non c’è davvero qualcosa da ricordare.

Giuseppe Grossi


L’eletta

articolo

Stessi occhi ma sguardi diversi, prospettive opposte. Il padre di Jupiter, a testa alta, scrutava volte celesti attraverso il suo amato telescopio, mentre lei è costretta a pulire gabinetti a capo chino, annacquando nel water una vita mediocre. Ma la giovane orfana non sa di essere parte di un enorme disegno interstellare che la lega a razze aliene e mondi lontani, dinastie per le quali Jupiter rappresenta una decisivo ago della bilancia.
Dopo aver sfidato cinema e spettatori con l’ambizioso Cloud Atlas, opera visionaria e poetica con il merito dell’azzardo, Jupiter – Il destino dell’universo si ritrae verso una più canonica ibridazione di generi e stilemi già noti. Un film di ritorni con il vecchio sapore della space opera startekkiana, con razze incastrate tra il mostruoso e l’animale che volteggiano in aria e si scontrano a suon di scudi invisibili, pistole laser e colonne sonore imponenti. La veste scenica è impeccabile, ma a rendere il risultato più che zoppicante è il tono di un film che non si prende abbastanza in giro. Lontani anni luce da Guardiani della Galassia (poteva essere un buon riferimento), l’autoironia appare a singhiozzi, appesa a qualche battuta di spirito che non si trasforma mai in vero registro espressivo; scelta che impedisce di tramutare in godimento senza pretese idee che a volte sfiorano il ridicolo come un villain caricaturale e dialoghi che si piegano su se stessi.

A corto di idee, i fratelli Wachowski provano a costruire un loro universo narrativo con una mitologia autonoma, ma alla fine ritornano a raccontare la mercificazione di essere umani, la riduzione dell’essere a oggetto di scambio necessario al progredire di universi spietati. Ancora una volta, sempre come in Matrix, ritorna il concetto di eletto, ma senza la portata filosofica della vicenda di Neo. Perché a minare davvero la buona riuscita di un enorme calderone senza identità è l’alchimia non pervenuta tra una pessima Mila Kunis (con abiti che richiamano male Hunger Games) e un volenteroso Channing Tatum, attratti da una passione “profonda” come in Twilight. Mentre il prestante combattente cerca di salvarla da se stessa, l’attrice è totalmente incapace di incarnare il concetto di eroina e si limita a vagare per il film con uno sguardo perso nel vuoto a fare domande, quasi chiedendo indicazioni sul proseguo del film. Tutti motivi che, nonostante il pianeta del titolo, fanno di questo Jupiter – Il destino dell’universo è un’opera satellite che vaga senza meta nella cinematografia di due autori dispersi nello spazio profondo dei loro stessi dilemmi esistenziali. La forza premonitrice e complessa di Matrix si sta trasformando in complicata incapacità comunicativa.

Giuseppe Grossi