UT – Complemento della fine

COPE

Il mondo dopo la fine. Ancora una volta, ma questa volta è diverso. Di solito è l’uomo a rimanere. Qui no. Nemmeno lui. Quello che resta dopo l’umanità è un panorama desolato di esseri mossi da istinti primordiali (fame, possesso, dominio) che si muovono dentro spazi vuoti, sgombri, abitati da ombre fameliche e da una composta disperazione. Eppure UT non è un fumetto post-apocalittico perché la fine è ancora in atto, si compie pagina dopo pagina, mentre la lettura e la digestione di quest’opera inquieta si dimostra esperienza difficile da raccontare altrove, al di fuori delle sue prime 98 pagine che si insinuano lentamente nella testa del lettore. Solo e soltanto la sua, perché è quasi impossibile raccontare ad altri di cosa parli UT. UT non racconta, insinua. UT non narra, accenna. E lo fa con il tratto disturbante di Corrado Roi e le parole dirette (talvolta quasi infantili nel loro essere primordiali) di Paola Barbato.

IMMAGINE 1

Pieno zeppo di personaggi dal sorriso rovesciato e di sguardi fuori dalle orbite, UT narra di UT, un individuo ingenuo e testardo afflitto dal dono della curiosità, messo a guardia di una mastaba che contiene qualcuno di molto particolare. È forse questo il massimo della sinossi condivisibile. Il resto bisogna scovarlo e scavarlo da soli. Dentro un cruciverba che vive solo di bianchi e di neri, senza un’unica soluzione e allergico alle “definizioni”.

Sì perché UT è un fumetto che non assomiglia a niente e per questo disorienta. Perché non concede appigli al lettore, è allergico alle rassicurazioni del confronto, del già visto e del già sentito. UT rifiuta il genere, sia nei suoi personaggi (che sembrano asessuati) che dentro le solite categorie. Insomma, si fa prima a dire cosa non sia UT. Non è fantasy. Non è steampunk. Non è post-apocalittico. Non è fantascienza.

IMMAGINE 2

Forse, se proprio abbiamo bisogno di inquadrare le cose, potremmo definirlo “filosofico” e “antropologico”. Questo primo albo ci mostra sempre personaggi “in ricerca”, sempre mossi dal desiderio di raggiungere qualcosa di necessario e di prezioso per ognuno di loro. Che siano gatti o libri mitici. E allora il nome del protagonista (e della testata) assume senso, coincidendo con la congiunzione latina da cui nascono i complementi di fine. Ecco come si presenta UT: voglioso di trovare un senso, un’utilità, in ognuna delle sue anime perdute. E nonostante il volume si chiami “Le vie della fame”, ciò che sale in bocca dopo la lettura è la sete. Per l’aridità del panorama narrato, per la secchezza della sua desolante necropoli, per la voglia di averne ancora. Un goccio per volta.

Giuseppe Grossi

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