Il linguaggio dei sogni

picture In casa Belier si parla tanto senza voce. Si mangia a bocca aperta, si litiga, si scherza, si condivide, ci si abbraccia. Con genitori e fratellino sordomuti, Paula è un’adolescente già adulta che ama la musica ma che non si isola mai dietro le cuffie come i suoi coetanei. Non può permetterselo perché è lei a mandare avanti la fattoria di famiglia, aiutando papà e mamma ad allevare il bestiame e a vendere i loro formaggio nel mercatino di paese. Poi, mentre l’eccentrico, finto burbero padre decide di coltivare altri sogni e altre campagne (politiche), la ragazza scopre che dentro di lei battono due novità: un cuore che impara l’amore e un’ugola che non può più rimanere rinchiusa in provincia. Dopo Quasi Amici il cinema francese torna a mettersi i guanti e a maneggiare con tatto vellutato l’universo della patologia che anche qui viene subito normalizzato e sul quale si ironizza, evitando pietismi smielati. Il paradosso messo in scena da Eric Lartigau è quello di un nucleo familiare solido e amorevole che sa anche essere pieno di errori e contraddizioni. Mai pienamente buonista, nonostante il bel quadro domestico in cui si comunica nonostante gli evidenti ostacoli, La famiglia Belier permette a tutti i suoi personaggi di sbagliare almeno una volta, rendendo la storia ancora più credibile ed efficace nella sua esplosione di emotività.

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Retto dalle spalle ricurve e dalle morbide guance della solare Louane Emera (perla emersa da un talent show), La famiglia Belier è un film luminoso e carico di sentimenti discordanti, note alte per soprani e basse per baritoni. Da una parte emerge il desiderio, comune a padre e figlia, di raggiungere il nuovo, dall’altra permane un senso di vertigine malinconica per il grande salto lontano dalla vita di sempre. In questo senso il regista è stato intelligente a costruire una metafora scenica assolutamente perfetta e coerente. Il legame di Paula con la sua famiglia è viscerale, lei è legata alla sua terra in maniera affettiva ed effettiva, tra terreno, mangime e latte che fuoriesce da mammelle bovine e materne. Questo è un film semplice, diretto, delicato ma non troppo quando strazia con il dolore del distacco dalle radici che hanno insegnato ad ascoltare le proprie vocazioni. La famiglia Belier parla il linguaggio dei sogni attraverso un cinema canterino e silenzioso, segnato dalla crescita e dal cambiamento, muto nel segno del mutevole.

Giuseppe Grossi

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