L’eletta

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Stessi occhi ma sguardi diversi, prospettive opposte. Il padre di Jupiter, a testa alta, scrutava volte celesti attraverso il suo amato telescopio, mentre lei è costretta a pulire gabinetti a capo chino, annacquando nel water una vita mediocre. Ma la giovane orfana non sa di essere parte di un enorme disegno interstellare che la lega a razze aliene e mondi lontani, dinastie per le quali Jupiter rappresenta una decisivo ago della bilancia.
Dopo aver sfidato cinema e spettatori con l’ambizioso Cloud Atlas, opera visionaria e poetica con il merito dell’azzardo, Jupiter – Il destino dell’universo si ritrae verso una più canonica ibridazione di generi e stilemi già noti. Un film di ritorni con il vecchio sapore della space opera startekkiana, con razze incastrate tra il mostruoso e l’animale che volteggiano in aria e si scontrano a suon di scudi invisibili, pistole laser e colonne sonore imponenti. La veste scenica è impeccabile, ma a rendere il risultato più che zoppicante è il tono di un film che non si prende abbastanza in giro. Lontani anni luce da Guardiani della Galassia (poteva essere un buon riferimento), l’autoironia appare a singhiozzi, appesa a qualche battuta di spirito che non si trasforma mai in vero registro espressivo; scelta che impedisce di tramutare in godimento senza pretese idee che a volte sfiorano il ridicolo come un villain caricaturale e dialoghi che si piegano su se stessi.

A corto di idee, i fratelli Wachowski provano a costruire un loro universo narrativo con una mitologia autonoma, ma alla fine ritornano a raccontare la mercificazione di essere umani, la riduzione dell’essere a oggetto di scambio necessario al progredire di universi spietati. Ancora una volta, sempre come in Matrix, ritorna il concetto di eletto, ma senza la portata filosofica della vicenda di Neo. Perché a minare davvero la buona riuscita di un enorme calderone senza identità è l’alchimia non pervenuta tra una pessima Mila Kunis (con abiti che richiamano male Hunger Games) e un volenteroso Channing Tatum, attratti da una passione “profonda” come in Twilight. Mentre il prestante combattente cerca di salvarla da se stessa, l’attrice è totalmente incapace di incarnare il concetto di eroina e si limita a vagare per il film con uno sguardo perso nel vuoto a fare domande, quasi chiedendo indicazioni sul proseguo del film. Tutti motivi che, nonostante il pianeta del titolo, fanno di questo Jupiter – Il destino dell’universo è un’opera satellite che vaga senza meta nella cinematografia di due autori dispersi nello spazio profondo dei loro stessi dilemmi esistenziali. La forza premonitrice e complessa di Matrix si sta trasformando in complicata incapacità comunicativa.

Giuseppe Grossi

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