Che belle giornate

1797565_870699376315029_1202689317188007851_n

Il titolo spiega molte cose. Questa è una storia fatta di contraddizioni, di tutto o niente, di bianco e nero, nonostante i colori siano altri, con quel rosso che siamo soliti associare alla passione, al sangue delle lacrime versate, della fatica buttata in campo, delle vene che pompano nelle tempie e nelle gole. Bari, dunque. Una città piena di bellezza minacciata dal degrado, colma di autostima e troppo autocritica, una città che del tacco d’Italia ha adottato ogni declinazione, dal fascino modaiolo per le decolleté sino al colpo calcistico per eccellenza, la prodezza che suggella quel gioco, pazzo, perverso e imprescindibile che è il calcio.

Una meravigliosa stagione fallimentare non è solo il racconto appassionato di un ossimoro lungo una stagione calcistica, ma una cartolina esportabile di una città intera, vista e raccontata attraverso il filtro sportivo. Un docu-film che del calcio fa la sua arena ma che, grazie all’eco delle curve, si espande a manifesto quasi sociologico di una città del Sud Italia, sempre pronta a credere, ad abbracciare navi di zucchero e astronavi in cemento. Eppure il punto di vista adottato dallo sguardo di Mario Bucci e dai testi di Fabio Fanelli non concede troppo spazio alla tifoseria e alle voci sparse della folla, ma ai significati dei loro atti, dando peso e parola alla loro assenza (prima) e alla loro presenza (poi). La telecamera va a scavare altrove, là dove il pubblico può finalmente curiosare: dentro una squadra giovane ed incredula, composta da facce pulite, capigliature standard e simboli coerenti con l’anima duplice di un’annata assurda. Una squadra dove il capitano si chiama Marino ma viene da Bergamo e uno dei calciatori più in sintonia con il folklore popolare di cognome fa Polenta anche se è uruguagio.

Cadenzata dalla voce narrante di un gallo cantore in pieno stile Robin Hood disneyano, questa è una favola collettiva dal finale malinconico ma non triste che ha toccato tutti. Chi ha sempre tifato, chi si è lasciato trasportare dalle vittorie, chi c’era per moda. C’è una città che ama la sua squadra ma non sa di che sesso sia il suo amante. Bari è scissa ancora una volta tra il maschile e il femminile, ma di certo c’è una gelosia condivisa da molti, rivolta da coloro che amano davvero verso chi con il Bari (o la Bari) fa sesso solo quando c’è odore di orgia in curva.

Una meravigliosa stagione fallimentare tocca il cinema attraverso i suoi due simboli: un gallo testardo, onnipresente e ostinato nel sporcarsi le penne e un’anima innocente e gentile di una bambina, piccola Natalie Portman dallo sguardo pieno che prega, guarda senza giudicare e assiste al cambiamento dal basso, dai marciapiedi di colpo pieni di entusiasmo fanciullesco.

Un film dedicato ai tifosi baresi (interattivi e chiassosi durante la proiezione, come se fossimo tornati ai tempi del cinema muto) ma significativo anche per chi vuole rinegoziare il concetto di calcio, lontano quasi mille chilometri da chi impone la vittoria come unico scopo e concepisce lo sport come condivisione di sguardi e prospettive. Perché a Bari, tra la fatica di non essere mai davvero grandi e la paura di rimanere piccoli, il calcio è di chi soffre, suda, semina sudore e pianti in un campo mai davvero verde e perfetto come in Premier. Da queste parti il calcio è di chi lo ara.

Giuseppe Grossi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: