Ieri, oggi, umani

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Il futuro è passato nelle mani di un sistema spietato. Il mondo, scuro e nebbioso, è controllato dalle Sentinelle, enormi meccanismi-spia programmati per annientare tutti i mutanti e gli esseri umani capaci di ereditarne il gene. Gli X-Men sono decimati, braccati, ma intenzionati a cambiare le cose. L’unico modo per sfuggire a questi robot è non permetterne la creazione. Così, grazie al potere di Kitty Pride, la coscienza di Wolverine viene rimandata indietro nel tempo per evitare che la cattura di Mystica permetta il perfezionamento del progetto Sentinelle.

“X” come crocevia. Incontro tra due segmenti che puntano altrove per poi incontrarsi in punto ben preciso. Bryan Singer riparte da lì. I giorni del passato ritornano con il regista di nuovo al comando dell’universo fumettistico che (assieme a Blade) ha dato vita ed energia al genere “cinecomics”. Quello di Singer è un ritorno consapevole dei 14 anni passati. Lasso di tempo in cui il pubblico non si è più accontentato di trame lineari e storie dedicate a singoli personaggi, abituato ad universi narrativi complessi, a volte complicati, ma comunque capaci di ampliare la portata epica del racconto.

X-Men – Giorni di un futuro passato trasuda epica. Singer allarga la panoramica su una storia che inspira tensione ed espira dramma, in perfetta armonia tra l’introspezione dedicata ai suoi personaggi-chiave e la visione d’insieme del mondo nel quale si muovono. Questa specie di reboot/reset degli X-Men, utile a ridare vita al brand sino all’infinito, rinuncia alla declinazione action per servirsi di uno spunto abusato dalla fantascienza. Tra futuri distopici già visti in Matrix, revisioni storiche già effettuate in Star Trek (citato espressamente), Terminator e in Lost (con un Wolverine in versione Desmond Hume). La forza di questo film non sta nello spunto (tutt’altro che originale) nè nella sua trama (semplice), quanto nella tensione morale ed etica in cui immerge tutti i personaggi, parti a loro modo essenziali di un cast corale gestito con equilibrio. Ed è proprio “equilibrio” il termine che rappresenta al meglio questo episodio degli XMen, scisso tra forze opposte.

Tra il giusto humor (senza eccessi demenziali alla Thor) ed enfasi, tra ieri e domani, tra rimpianto e speranza, Singer coglie il senso del tempo e lo manipola con maestria. Poche accelerazioni e tanti momenti di stasi che ridonano alla pellicola il gusto dell’omaggio nei confronti del fumetto. Giorni di un futuro passato possiede il merito di servirsi di tanti punti di vista (telecamere, sguardi, scatti) e di procedere per immagini emblematiche, quasi plastiche anche se immobili, che rimangono impresse come tavole ad un lettore.

L’ eterna dicotomia tra Magneto e Xavier chiarisce il dilemma etico sull’integrazione del diverso che li ha sempre divisi. Laddove il primo intende i mutanti come specie di esseri uniti dalla diversità e superiore agli umani, il secondo li ritiene individui diversi. Diversi come diverse sono tutte le persone. E per questo concede loro il libero arbitrio; permette che siano gli atti a determinarne il carattere. Il tema portante della serie, incarnato dal controverso personaggio di Dinklage, si presta così ad un pragmatismo simile a quello descritto nel Batman di Nolan (citato anche da un risveglio alla Inception).

Questa crasi tra passato e futuro dei mutanti – oltre che del cinema stesso – emoziona attraverso il senso del sacrificio messo in scena ed evidenzia le peculiarità di ogni singolo eroe. La possibilità del cambiamento passa da chi lo vive sulla sua pelle (Mystica), Wolverine che sopporta e supporta il dolore attraverso un corpo abituato al dolore, quasi un hardware attraverso cui il software del Professor Xavier può compiersi e Magneto, anima grigia determinante per interrogarsi sul senso del diverso all’interno del mondo.

E tra pentimenti e utopie, Singer non manca di ricordare che il nuovo ha sempre spaventato (Kennedy) e che ci sono errori mostruosi (Nixon) che solo il cinema può cancellare.

 

Giuseppe Grossi

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