La desolazione di Godzilla

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La terra non trema, trama, pensa, respira, vive. Qualche giorno prima del millenium bug, un baco dormiente si schiude liberando una creatura gigantesca che si ciba di energia nucleare. Nella centrale giapponese di Janjira il disastro è inevitabile così come l’insabbiamento globale di un caso, travestito da catastrofe naturale agli occhi del mondo. Ma Joe Brody ha visto e capito. Visto una moglie morire, capito che la farsa nasconde ben altre risposte.

Resurrezione più che reboot, perché questo Godzilla doveva spazzare via brutti ricordi assieme a grattacieli e tralicci. Tutt’altro che anonimo, il pessimo precedente di mister catastrofe Roland Emmerich aveva creato uno scialbo ed infelice disaster movie (colonna sonora di Jamiroquai a parte) ancora troppo vicino a Jurassick Park e ad Indipendence Day per uscirne vivo dal confronto.
Gareth Edwards, reduce dal propedeutico Monsters (2010), rilancia l’icona giapponese, alter ego orientale dell’occidentale King Kong, affiancato dalle penne illustri di David Goyer (Batman Begins, L’uomo d’acciaio) e Frank Darabont (Le ali della libertà, Il Miglio verde, The Walking Dead). Presupposti per trattare con la giusta intimità un tema di enormi proporzioni collettive ed addentrarsi nell’uomo costretto a subire la paura del mostruoso.

In Godzilla questo succede solo negli occhi di Bryan Cranston. Il problema principale di questa grandiosa fiera spettacolare è quello di non creare personaggi per cui temere, di non mettere in palio un capitale umano a cui affezionarsi davvero. Al di là dell’empatia creata da Walter White (con tanto di maschera anti-gas citazionista) solo desolazione e detriti di empatia e dramma. Edward si serve di attori penalizzati da uno script elementare, costellato da stereotipi (corpi armati con capo brizzolato e braccio destro afroamericano, scuolabus con bimbi in pericolo su un ponte), attori sotto tono (Watabe), sacrificati (Binoche) oppure senza carisma (Taylor-Johnson). Scelta forse voluta e funzionale a eleggere Godzilla come unico indiscusso protagonista di un film visivamente maestoso.

Sulla scia di Cloverfield e Super 8, la creatura viene prima fatta intuire, annusata con dettagli che ne sovraccaricano l’attesa. E in effetti l’entrata in scena del kaiju è sontuosa, capace di rendere giustizia all’imponente e mastodontico mostro preistorico, spiato da sguardi rubati a uomini piccoli, schiacciati da un tremendo senso di sublime. Godzilla è un film sui e di “mega toni”, basato sull’enorme che schiaccia l’effimero, sulla grandezza che obnubila lo sguardo. Un film coerente con il suo messaggio basilare. Abbandonarsi al corso naturale degli eventi senza che l’uomo si intrometta. Accettare l’impotenza dell’individuo di fronte a qualcosa che non si può combattere. E’ il grande che domina il piccolo. Così l’immagine si adegua e il digitale estromette il racconto.

Citando gli scontri fisici del King Kong di Jackson e i duelli umidi di Pacific Rim, Edwards fa recuperare al pubblico un primordiale piacere estetico del confronto bestiale tra esseri abnormi. Si torna adolescenti esagitati ed esaltati da un tifo per qualcosa possibile solo sul grande schermo. Poi mentre gli occhi sono in estasi e la mente sonnecchia, sorge un dubbio a risvegliarla. Tra Godizilla, Bryan Cranston e Taylor Johnson bisogna trovare i due mostri ed una bestia.

 

Giuseppe Grossi

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