Giovani rimorsi

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C’era un volteggio. La storia di questo Spiderman inizia così. Tra tetti, grattacieli, nemici in fuga e capriole. Un giovane eroe sicuro di sé che affronta l’avversario con una spavalderia acerba, un’ironia spensierata motivata dall’impeto del superpotere. L’amore più che l’istinto di ragno.

Marc Webb è il regista di 500 giorni insieme e questo Spiderman 2: il potere di Electro ci tiene a ribadirlo. Teen movie che a volte tedia e poi dà il meglio di sé quando tutto si sgretola, il secondo capitolo del reboot peterparkiano si scopre banale e stucchevole nelle derive romantiche, troppo smielate e già viste, per poi riprendersi quando l’adolescenza si aggrappa all’età adulta, problematica e irrinunciabile. Stracolmo di potenzialità e personaggi, il film non si dedica a tutti con il giusto equilibrio, si sovraccarica al limite del cortocircuito per poi risultare comunque attraversato da energia positiva.

Laddove Sam Raimi aveva costruito un protagonista svampito e innocente, Webb ha trovato in Garfield il Peter Parker perfetto, inquieto nonostante la faccia sorniona, rabbioso anche con quel sorriso che fa intendere altro. A lezione da Iron Man 2, questo Spidey ne ripropone rivali elettrici, ironia, siparietti e dinamiche (videomessaggio paterno incluso). Ma se Stark è un uomo borioso, Peter è solo un ragazzo alla ricerca di vuoti da riempire, ancora scisso tra l’enorme scena pubblica dominata dall’alto e l’esclusivo, minuscolo spazio privato della sua cameretta. Purgatorio nel quale Peter trova finalmente il senso autentico del motto di Zio Ben. Peter sceglie, decide di dare seguito alle responsabilità dell’essere qualcosa di più di quello che forse vorrebbe essere.

La sua è una ricerca oscura e profonda che avviene, non a caso, nei meandri del sottosuolo. Laddove la metropoli è colorata e vivida, affollata da ammiratori, la metropolitana è vuota, buia, percorso familiare alla quotidianità di qualsiasi giovane che si rivela percorso a ritroso sui binari del passato.

Un’oscurità crescente favorita anche da un nemico che priva la città di luce, un Electro mosso da nessuna motivazione criminale ma da un moto di rivalsa e frustrazione. Nonostante il desiderio di fuoriuscire dall’anonimato sia una molla non proprio originale, la messa in scena di questo villan rimane originale. Ondeggiante e spaesato come un tossicomane, Electro mostra il filo scoperto della società dello spettacolo, dominata da video, schermi, profili, il bisogno incessante di vedere ed essere visti.

Per questo Webb insiste nel dare a Spiderman una platea adorante ed immobile, un pubblico fisso messo lì a guardare e tifare per il suo eroe salvatore. Elemento caro ai film Marvel (vedi The Avengers) che alla fine viene mitigato da un elemento memore del Batman di Nolan. Per la prima volta Spiderman si svuota del suo vero corpo e si impone come simbolo, icona del coraggio e delle paure, traumi, rimorsi in cui non rimanere impigliati. 

Giuseppe Grossi

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