Il Patriarca

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In principio fu il diverbio. Caino uccide Abele, l’uomo rivela la sua natura fallibile e crudele. Da quel momento in poi il mondo non è più capace di creare, progredire, prosperare. Su una Terra sempre più arida, dove Vigilanti celesti si sono trasformati in giganti di pietra, il maligno emerge in ogni forma, sancendo il predominio di uomini violenti e spietati.  Noè e la sua famiglia “errano” in altro modo. Vivono come vagabondi, in disparte, coltivando valori come ecologia e rispetto per il regno del creato, Sino a quando il capofamiglia inizia ad avere visioni di una punizione divina, un diluvio universale che servirà da epurazione collettiva.

Dal cigno al serpente, la decadenza della Grazia, lo smarrimento di ogni aspirazione elevata verso la purezza e la corruzione strisciante verso il peccato. La disintegrazione della specie secondo Aronofsky. Le sfumature del regno animale tanto care all’autore ritornano in questo statuario Noah, un film di dilemmi strazianti non del tutto risolti che insiste con prepotenza sul fallimento storico dell’essere umano come gestore del mondo.

Se in principio fu il graphic novel (dello stesso regista e Ari Hendel, qui sceneggiatore), un testo visionario e aperto a declinazioni fantasy preapocalittiche, con tanto di mostri e scenografie inedite, ogni pretesa di lucidità biblica dovrebbe decadere in partenza. Ci si aspetta delirio, scene disturbanti, una rivisitazione distorta di un archetipo antico come il mondo. Se inquinato da queste aspettative, Noah risulta molto più convenzionale di quello che vorrebbe e promette di essere. Aronofsky non aggiorna il mito al mondo odierno, lo bagna con cenni di nuove ispirazioni (su tutte la splendida sequenza dell’involuzione delle specie) senza immergerlo in una profonda rivisitazione che ne avrebbe giustificato la necessità autoriale.

Come il suo eroe, il film rimane imbrigliato tra la fascinazione dell’onirico e la necessità di rimanere con i piedi piantati in terra. Sorretto dal quasi aprioristico carisma di Crowe, Noah lascia solo il suo protagonista a reggerne il peso, penalizzato da personaggi di contorno incolori, alla perenne ricerca un posto nel mondo, prima che su un’arca, scissi tra il bisogno di un Dio e quello di un due, ma incapaci di diventare tridimensionali.

Aronofsky perde il suo tocco personale, inquietante ed epidermico, schiacciato da una storia troppo enorme per farsi intima, troppo grande per lavorare con ago e filo e non di martello. Così, anche quando cerca lo straniamento, come nei movimenti a scatti dei giganti (per dichiararne l’appartenenza ad un altro tempo), diventa incoerente.

Questo Noè, costellato da scenografie sontuose e scene collettive disturbanti, degne di allucinazioni dantesche, si serve dell’epica sfiorando il pathos, si insinua in un dilemma morale ostico di estremo interesse, come se la mela del peccato avesse dato vita ai concetti di Giusto e Sbagliato tra i quali si brancola ancora. Chi sono io per meritare la vita? Perché sarei migliore di altri? Dubbi che prima ristagnano e poi si annacquano in un film dove a salvarsi e riprodursi sono sconforti e interrogativi destinati a sopravvivere, irrisolti, sulle arche del tempo.

Giuseppe Grossi

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