Pesca senza amo

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Un posto qualsiasi. Neve, umidità, squallore. Joe è a terra, fradicia di pioggia, sporca di sangue e sensi di colpa. Un passante la soccorre e la ospita in casa per un bagno caldo e una tazza di tè. La donna trova in lui un disperato appiglio per rinegoziare la propria ninfomania in un faccia a faccia che mette a nudo una seduta psicoanalitica involontaria. Il racconto di una parentesi (quella nel titolo?) forse non ancora chiusa, di una ferita certamente ancora aperta.

Scendere ed entrare. I due primi movimenti di macchina di Nymphomaniac segnano la via, ne dichiarano l’intento. Abbassarsi verso l’istinto e poi scavare nell’uomo per cercare qualcosa che lo distingua dal mondo animale. Riuscendoci di rado.  In uno spudorato e tremendo parallelismo con le dinamiche della caccia, Lars Von trier dà vita e mai respiro ad un film spietato, cinica carrellata sul bestiario umano in cui gli individui si dividono in prede e cacciatori, vittime e carnefici.

Sospeso tra l’impossibile ricerca del sublime e il purtrido, accogliente mondo terreno, Nymphomaniac si regge sulle spalle di due personaggi solidi e complessi, simboli della natura che ascolta e ribatte la cultura. Alto e basso, corpo e mente, dicotomie risolte dentro un film che ispeziona con voglia maniacale le ombre e le possibili luci dell’essere umano. Quello di Von Trier è un racconto nel racconto che non concede punti di riferimento e non conosce chiusure. È una storia atemporale e aspaziale, definita solo da corpi sbattuti e squallida carta da parati negli appartamenti, il che ne svela gli intenti universali, attraversati dai principi freudiani sulla pulsione e da una panoramica cruda sui desideri.

Prima curiosità infantile, poi gioco, poi moda, poi noia e poi ancora apatia, la ninfomania viene descritta come una colpevole discesa nell’oblio, figlia di vuoti creati dalla natura (familiare) da riempire con la natura (carnale).

Con un ossessivo discorso antropologico Nymphomaniac concilia il senso di colpa ad una affannosa ricerca di bellezza nel mondo delle arti (letteratura, musica, persino l’algebra). La provocazione delle sue immagini non sta tanto nelle fellatio e nei cunnilingus in primo piano, quanto in una totale anarchia della messa in scena, ibrido collage dove infografiche, bianco e nero, documentari e immagini di repertorio si fondono alla ricerca di una rappresentazione respingente.

Film su una figlia, figlio del cinema stesso, Nymphomaniac non dimentica chi lo ha preceduto, cita Christian F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, attraverso il disagio adolescenziale cadenzato da persone catalogate come iniziali senza nome, ripercorre gli stessi percorsi liquidi dell’ultimo Kechiche (La vita di Adele) , dagli umori genitali alle lacrime, così come il legame viscerale con le origini, rappresentato con l’abusata metafora del padre/albero (Malick).

La vera grande unicità di Von Trier, feticista avvinghiato ad ogni dettaglio, (mani, unghie, oggetti, scarpe, forchette), risiede nella gestione mimetica dell’empatia. Lo spettatore diventa Joe, entra nelle sue piccole e grandi labbra, nei suoi occhi, la invade come uno dei suoi tanti amanti. Piange quando piange lei e si anestetizza quando lei non sente niente. E non c’è dolore più grande di un dramma costretto al coito interrotto.

Giuseppe Grossi

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