Dietro lo scudo

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Dopo aver protetto la Terra assieme agli altri Avengers, Capitan America rende onore alla sua unica arma e lavora per lo S.H.I.E.L.D. Sotto l’occhio onnipresente di Nick Fury, Steve Rogers stenta ad ambientarsi nell’epoca moderna,  troppo complessa e intricata per un soldato tradizionalista. Ma se la tecnologia ha il suo fascino, lo S.H.I.E.L.D. lascia spazio a troppi dubbi morali. Stanco di accettare ordini senza porre domande e  stimolato dall’arrivo di un tremendo nemico, Capitan America si accinge a scoprire nuove verità.

A cosa serve uno scudo? A proteggere o a nascondere? Sul ritmo  di un perfetto action movie, Captain America – The winter soldier nutre questo costante sospetto, avvalorando teorie del complotto che puntano il mirino contro la grande America. Con una storia impregnata di disillusione e autocritica, il film dei fratelli Russo imbastisce una lucida riflessione (profonda per essere in un cinecomics) sulla modernità, in cui il regime del digitale vende controllo (di gusti, spazi, percezioni, dati, spostamenti e persone) sotto forma di presunta libertà.

In questo limbo grigio, a metà strada tra ricerca di verità e subordinazione ai grandi sistemi, emerge il percorso di formazione umano di Capitan America, emblematico protagonista che regge con fatica e attrito l’approdo ad una scoperta scomoda per la sua solida retorica vecchio stile. Quello che rende questo Captain America – The winter soldier un film notevole è proprio il significativo confronto tra due mondi (mai riuscito a Thor), quello da cui l’eroe proviene e quello dove viene catapultato.

Ancorato ai valori del passato (amore e amicizia ristagnano lì), Steve Rogers rappresenta l’americano disincantato, nostalgico di un mondo andato, molto più semplice di questo. Persino in un conflitto mondiale era più facile distinguere il Bene dal Male e di conseguenza scegliere tra il Giusto e lo Sbagliato. Cosa impossibile in questo contesto sociale articolato dove regnano manie di ispezione e sfiducia nell’altro.

Testardo nella sua integrità morale, Capitan America percorre con dinamismo un percorso di formazione verso l’indipendenza e la nuova consapevolezza di chi comprende la propria missione e abbandona ordini passivi. Finalmente Nick Fury, maestro delle comparsate, togliendosi la benda dagli occhi, trova la sua funzione narrativa facendosi portatore di una verità da guardare in faccia.

Nonostante l’inverno del titolo, per il personaggio di Capitan America questo è il film del disgelo. Ibernato a comprimario senza carisma in The Avengers, oscurato dalla scie ironiche di Iron Man, con questo film acquista dignità e fascino, elevandosi a probabile leader della seconda reunion tra Vendicatori.

Grazie ad un humor misurato e non nauseabondo, la Marvel ha finalmente costruito una spy story condita da azione vera, fisica, solida, a tratti impreziosita da sequenze stealth di memoria videoludica. Un film a tratti paradossale che mette in guardia la platea dallo strapotere delle multinazionali, dal capitalismo che ha reso ogni cosa malleabile. Fa riflettere se detto da una major che ha calcolato con il misurino le uscite per il prossimo decennio e forse non è un caso che, durante il suo footing, Steve Rogers dica spesso “a sinistra”.

Giuseppe Grossi

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