Il dolore della pelle

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Nato libero, diventato schiavo, violentato nella dignità prima che nel fisico. Storia vera dell’afroamericano Solomon Northrup, 12 anni schiavo traduce su pellicola l’autobiografia di un musicista che nella prima metà dell’Ottocento subì l’umiliazione della sottomissione in un paese scisso sul tema della schiavitù.

Ancora corpi immobili, ancora il sevizio, silenzioso e insistente, che scava e distrugge. Rinunciando ad una panoramica d’insieme e ad uno spirito di denuncia, Steve McQueen si incunea nell’epidermide di Chiwetel Ejiofor, ne viviseziona ogni espressione, sino a quasi a sentirne l’odore, sino a toccarne la pelle sporca di fango, sudore, incredulità e sangue.

Cinema sensoriale ed esperienza quasi tattile, 12 anni schiavo fa del corpo il suo territorio di indagine. Il dolore della pelle sovrasta il suo colore e si manifesta per tutto il corso del film in maniera brutale. Ed è con stile crudo, attraverso più silenzi che parole, che McQueen descrive i fatti, senza evidenziare con inutile pathos eventi e situazioni già impregnate di dramma. I suoi lunghi piani sequenza restituiscono a chi guarda l’impotenza e l’immobilismo della disperazione, mentre alla frusta si contrappongono corde vocali e violini, con la musica, corale o solitaria, e la scrittura a fungere da uniche vie di fuga verso un’ umanità dimenticata.

McQueen è quasi manicheo, non si preoccupa di mettere in scena possibili costruzioni di senso, ma dilania qualsiasi diplomazia tra bianchi e neri, risolta in una Babele di azioni crudeli. Così, dopo l’erotomane masochista di Shame, Micheal Fassbender impersona il marcio sadismo schiavista, incarnazione estrema di un demone bianco, annoiato ed imperdonabile.

Estremamente interessato al concetto di prigionia e dipendenza dell’essere umano, McQueen dirge un’opera di logorio che si pone in netta antitesi con il recente The Butler, costruttiva storia di integrazione con ben altri toni e intenti.

12 anni schiavo è il racconto di una storia nota che trova nello strazio personale un punto di vista insistente, sommesso eppure straripate, capace di tenere lo spettatore teso come un cappio o una corda di violino.

Giuseppe Grossi

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