The Bull of Dallas Club

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Erotomane, cocainomane, omofobo, da poco consapevole di essere sieropositivo. Nonostante tutto, lo sprezzante Ron Woodroof ha più paura degli altri che di se stesso. Non teme per la sua vita sempre uguale ma rigetta la diversità altrui. Gettato di colpo nella necessità di pensare all’esistere come a qualcosa di costruttivo, decide di non arrendersi alla morte fondando il Dallas Buyers Club, una comunità di malati affidati a cure alternative, scomode sia per la legge che per le grandi multinazionali farmaceutiche.

C’è una strana coincidenza sugli schermi. A sette giorni dall’uscita del sovraeccitato The Wolf of Wall Street, Dallas Buyers Club si pone in sua netta antitesi. Copia carbone della scintillante storia di Belfort, il racconto scarno della vita di Woodroof parte da presupposti simili sfociando poi in ben altri territori, con ben altri toni. Entrambi dipendenti da droga e sesso, entrambi creatori di piccoli grandi imperi illegali di consenso e affari, entrambi associati ad un toro all’inizio dei rispettivi biopic.

Jean-Marc Vallèe non sofferma lo sguardo sulla libidine del successo, vuole andare altrove, intende evidenziare un risanamento umano anche nella prospettiva della morte. Secco e cavo come il viso smunto di un Matthew McConaughey dallo sguardo vuoto, pian piano riempito di umanità, Dallas Buyers Club racconta la vera storia di un uomo malato che guarisce prima di morire. La sua trasformazione da larva a farfalla. Percorso di formazione singolo e d’insieme- nonostante il logorio dei corpi – il film procede in verticale dall’egoismo all’altruismo, si addentra nel suo protagonista in modo critico e assieme compassionevole, ne mostra le ossa per poi entrarne all’interno, facendo conoscere al pubblico una persona a cui ci si affeziona e per la quale si maledice il tempo sprecato.

Senza ruffianeria e in maniera meno ortodossa di Philadelphia, Vallèe critica ogni forma di indottrinamento e dogmatismo razziale e sociale, evita le imposizioni e tifa per la periferia, le vie secondarie (anche se scorciatoie). La dipendenza è rappresentata solo come vincolo costruttivo tra esseri umani che, non curanti dello spauracchio HIV, riscoprono il calore del contatto e mai come sottomissione agli alti sistemi (medici ed economici). Impregnato di realismo poetico, Dallas Buyers Club non compra lacrime, ma rivende libertà, indipendenza, senso autentico. Assieme alla differenza tra il domare la vita e il cavalcarla.

Giuseppe Grossi

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One response to “The Bull of Dallas Club

  • wwayne

    SPOILER WARNING
    A mio giudizio la scena più bella del film, quella che meglio fotografa l’ evoluzione del personaggio, é quella del supermercato, in cui Ron incontra un suo vecchio amico e, invece di annuire alle sue affermazioni omofobe, lo costringe a stringere la mano a Rayon.
    Bellissima anche la scena finale, in cui Ron riesce a stare in groppa al toro: é una sottile metafora per dire che é riuscito, se non a sconfiggere, quantomeno a domare la terribile malattia che l’ aveva colpito.

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