A stelle e strisce

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Dopo il celebre “Lunedì nero” di Wall Street, Jordan Belfort smette di seguire la scia del successo altrui per segnare piste tutte sue. Allucinato dall’affermazione personale e gasato dall’idea di dominare il mondo attraverso il danaro, Jordan si nutre sino all’osso della disperazione di un popolo illuso dal mito del facile guadagno; investe gli altri per poi cibarsene. Affermato e affamato, l’ambizioso broker costruisce la Stratton Oakmon, impero patinato della truffa dove l’eccesso domina corridoi strabordanti di impiegati fanatici, sottomessi al carisma di un capo che assume collaboratori e droghe in ugual misura. Ma la società di Belfort è troppo eccentrica per non destare sospetti e attenzione da parte dell’FBI.

Un apparato circolatorio in perenne stato di tachicardia. Un’arteria pulsante che pompa nelle vene, irrora lo schermo di voglia e desideri, senza mai trovare un cuore, nonostante l’haka aziendale imponga di battersi la mano sul petto. The Wolf of Wall Street mette in scena la  potenza cinematografica nella sua accezione più lussuriosa, un perverso sistema di godimento che ha nel suo protagonista l’incarnazione di un fascino inevitabile. Leonardo Di Caprio, famelico animale sovraeccitato, con sguardo ferino e sopracciglia arcuata alla Jack Nicholson, vibra e si dimena per tutto il film, parla allo spettatore e fa della sua vita un grandioso spot che racconta la perenne ricerca di estasi e fuga dal reale. Jordan Belfort, dipendente al triangolo (del pube e nel dollaro), ostenta sicurezza ed esibisce debolezza, non ama ed è odiato da pochi.

Venditore di pene travestite da vite invidiabili, Scorsese traduce in pellicola una storia vera, conferma la sua mitica passione per i bad boys e costruisce un costante meccanismo di contraddizione. Il suo protagonista siede su un’altalena, passa di continuo dall’imporre la sua adorazione al trasparire ridicolo, ispira simpatia eppure fa pena, doma e si fa domare. Il pubblico coincide con la sua schiera di impiegati, lo idolatra, ride con e per lui, batte le mani ed è suo complice, ma alla fine non fa che collaborare ad una grande messa in scena, una truffa annebbiata da una polvere bianca sempre sollevata.

Tra rallenti e accelerazioni, tra citazionismo e divertimento, Scorsese trova il ritmo perfetto, facendo del continuo movimento di corpi e macchina da presa il mezzo che somministra adrenalina nello sguardo dello spettatore. Cinema stupefacente, The Wolf of Wall Street non conosce stasi, solo estasi, dedizione alla libidine che si identifica con i suoi erotomani obbligati a trovare presunti equilibri assumendo droghe ed espellendo liquidi.

Andando oltre le continue erezioni e i deliri di onnipotenza, The Wolf of Wall Street racconta una vicenda di grande impotenza del crescere, di ragazzi mai uomini e genitori mai padri che non conoscono amore e responsabilità, individui che ritengono di poter controllare il mondo solo non avendo mai controllo di se stessi. Sempre lontano della rette vie d’America, Scorsese ammette e subisce il fascino di queste figure, incastrate in quel segmento bianco segnato dal danaro, obbligando il suo fantoccio a rimanere incastrato in quel delirio – nato come un sogno – a stelle e strisce.

 

Giuseppe Grossi

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