Viaggiando in retromarcia

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Incanutito dal tempo e incattivito dalla vita, Woody Grant insegue l’ultimo sogno possibile. Un improbabile biglietto della lotteria insinua in lui la certezza di essere diventato milionario e la forza, ostinata e sorda, di andare a ritirare da solo questa presunta fortuna. Inseguito dal suo secondogenito, si metterà in moto verso un viaggio di riscoperta che di nuovo non ha nulla.

Viaggio con tappe obbligate, Nebraska procede nello spazio, ma in realtà attraversa il tempo. Un tempo personale, intimo, cadenzato dall’animo anziana di un uomo che prima ascoltava troppo e adesso non ha più voglia di sentire. Woody Grant incarna vite intere, si fa carico di un modo di vedere il mondo che appartiene ad una generazione che concepisce l’esistenza come sacco da cui attingere ogni cosa dopo averlo tanto alimentato.

Alexander Payne fa coincidere lo sguardo del pubblico con quello del suo scorbutico anziano: grigio, vincolato dal filtro del bianco e nero, dischiuso su un mondo scisso in modo altrettanto netto. Per Woody esiste solo il buono e il cattivo, l’interessante e il nulla, l’io o il voi. A questa figura netta e ovattata nella sua dimensione di profonda solitudine, Payne contrappone quella di un figlio conciliante, destinato alla ricorsa di un affetto mai perduto. Ed è qui che Nebraska affonda il colpo emotivo, nella descrizione di una storia d’amore tra figlio e padre destinata alla comprensione e all’altruismo unidirezionale, dispersa in un purgatorio familiare di speranze e rimpianti.

 A dieci anni da Sideways, Payne rimette due uomini sulla strada, uno accanto all’altro, con un racconto che procede più nelle soste che in movimento. Il baluardo americano dell’on the road story è solo un’etichetta di genere, perché non c’è crescita nell’andare avanti, ma solo possibilità di riflessione nel riconsiderare il passato. Le ampie panoramiche su strade e binari servono come boccate d’aria per fuggire dalla polvere dei salotti, dove parenti pigri e imbolsiti giustificano lo sprezzante protagonista. Puntando la scena dallo specchietto retrovisore, Nebraska non ha voglia di ritratti, ma – come suggerisce la locandina – di tratteggiare profili, di raccontare la vita di uomo attraverso i racconti stessi di chi gli è stato vicino.

Delicato e potente, immerso in un silenzioso piano di solitudine, Nebraska parte da una visione cinica del Monte Rushmore per operare un ragionamento su altri padri, fondatori di figli vincolati alla loro radice. In un’America che impone la frenetica ricerca di felicità tangibili e quantificabili, Payne si concede il tempo della riflessione. Con Nebraska attraversa i confini per segnarne di nuovi: differenza tra una vittoria e una rivincita, tra debiti in denaro e creditori di un affetto inevitabile, quello di chi sostiene senza ricevere grazie e di chi urla pur sapendo che non sarà sentito.

Giuseppe Grossi

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