La belva e le bestie

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Ambizioso procuratore di piacere, un avvocato senza nome si gode bellezza e soldi in un turbinio di libidine. Non sazio di una splendida donna e di un lavoro gratificante, decide di immischiarsi in pessimi affari di droga, accostandosi a personaggi che hanno nell’eccesso il loro unico modo di stare al mondo.

Un mondo sorretto da equilibri darwiniani e dominato dagli istinti. Sesso, violenza, danaro. L’habitat naturale di The Counselor non è la classica giungla caotica in cui il più forte divora il più debole, ma è più simile ad una savana desolata, dove i soggetti  sono  immersi nell’aridità del sopravvivere. E non a caso qualcuno si veste persino da cowboy.

Ridley Scott costruisce una debole crime story alternando forti personaggi felini, inaffidabili e sfuggenti, a uomini succubi e castrati. Sulle spalle di un Fassbender affascinante e privo di carisma, costruisce un film che sancisce la crisi del fallo e la voracità della vagina. The Counselor semina di continuo azioni e allusioni nel campo semantico del sesso, evidenziando l’impossibilità di costruire piani e speranze, tutti destinati ad implodere nella voragine di una donna spietata.

In questa tempesta di ferormoni, ninfomanie e sabbie mobili, Scott cita il Mann di Collateral affidandosi ad un simulacro animale – il ghepardo – incarnazione del carattere ferino che domina gli eventi. Dopo la vana ricerca di umanità negli alieni di Prometheus, Scott indaga ancora nei meandri dell’essere umano per trovare alienazione e disprezzo, non solo per la vita, ma per una canonica felicità.

Simile al suo protagonista nella foga di eccessi, il regista costruisce alla perfezione il contesto, secco e cinico, ma pecca quando priva di un’ anima autentica i suoi personaggi, derubati di qualsiasi motivazione che ne giustifichi gli affanni. In questa cornice robusta si inserisce un quadro prevedibile e debole di abiti glamour e dialoghi alla perenne ricerca della battuta ad effetto, trovata in un paio di casi. The Counselor si sofferma troppo sulla venerazione dei corpi, senza svelare l’immateriale dei sentimenti, elemento funzionale al racconto penoso, ma che non basta a fungere da alibi.

Un po’ come il trailer, questo film promette diamanti per poi accartocciarsi su se stesso e riversarsi in una discarica in cui la bellezza più pura si confonde con gli avanzi e gli scarti di un mondo allucinato.

 

Giuseppe Grossi

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