Il grande bene

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Nel gelo della Brianza si investono soldi e persone. Accecato dalla più classica e letale delle arrampicate sociali, Dino Ossola si intrufola negli alti affari del cinico Giovanni Bernaschi. Ad unirli c’è solo il tennis, il rapporto dei figli adolescenti e un dramma che sta per coinvolgerli. Il suv dei Bernaschi travolge un ciclista. L’incidente è un’occasione per addentrarsi dentro due famiglie diverse, dove gli uomini gestiscono il proprio egoismo e le donne cercano il senso delle proprie azioni.

Fa molto freddo nei personaggi di Paolo Virzì. Un panorama umano su cui la neve si è posata in maniera inesorabile, azzerando ogni possibilità di amore, altruismo, bene autentico. Con una struttura narrativa spezzettata, a giustificare il moto da schegge impazzite dei protagonisti, Il capitale umano riesce a dare una forma narrativa credibile all’usurato termine “crisi”. Non certo economica, non solo esistenziale, ma soprattutto genitoriale. Padri assenti, madri deboli, donne in cerca di accettazione. Tutti genitori che non riescono a gestire il proprio capitale umano, quei figli schiacciati dal peso delle proprie ambizioni o relegati alla solitudine.

Film dedicato ai differenti destini spettanti a ricchi e medio borghesi, Il capitale umano cerca di rappresentare l’investimento emotivo di ognuno dei suoi individui con un tono sempre realistico nonostante gli sprazzi di grottesco. Guardare al futuro sembra il più rischioso degli azzardi perché  è più facile sperare nel guadagno, rintanarsi nel rimpianto di sogni svaniti, aggrapparsi al dovere piuttosto che inseguire l’amore vero.

Nel suo solito equilibrio tra ritratto personale e dipinto sociale, Virzì affida ancora alle donne (come in Tutta la vita davanti) tre sfumature di autenticità; la disperazione di un significato perduto, la gestione degli affetti feriti e il giovane impulso dei sentimenti. Di contro gli uomini sono fantocci, incarnazione di stereotipi immobili (il cinico, l’arrivista, il viziato), fautori dell’ incomunicabilità collettiva.

Il piccolo giallo attorno al quale ruota il film è solo un pretesto per andare alla ricerca di colpevoli e responsabili. La colpa è degli adulti che hanno scambiato i figli per beni immobili, dei genitori inetti, degli onnipotenti sempre in piedi. Tra questi pupazzi di neve, Virzì va alla ricerca di una manifestazione di umanità. L’epifania la trova dentro due donne; una che culla la vita, l’altra che tenta di salvarne una terza, come se per scampare all’anestesia del vivere ci sia per forza bisogno di ripartire dalle viscere e dalle vene.

Giuseppe Grossi

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