La Compagnia del fardello

THE HOBBIT: THE DESOLATION OF SMAUG

Riconquistare il proprio regno, ripercorrere campi lunghi e tornare finalmente a casa. La storia di Peter Jackson assomiglia tanto a quella del testardo e fiero Thorin. Cocciuto e tenace, il buon Peter, si è ripreso il suo oro tolkieniano subito dopo che Guillermo Del Toro rinunciasse al ghiotto bottino. Tornato nella sua Terra di Mezzo con questo ribollente Lo Hobbit – La desolazione di Smaug, Jackson non ha mostrato solo caparbietà nanica, ma anche attitudini hobbit, perdendo l’inconsapevole purezza del suo sguardo a favore del fascino verso il Potere dell’Artificio. Nessuna invisibilità però, perché quest’avventura è spettacolo sovraesposto, fabbrica di immaginazioni rese tangibili.

Dopo un prologo sospinto dal dovere di sintesi, il secondo capitolo della nuova trilogia jacksoniana procede con ritmo perfetto verso un’esperienza che supera la visione per trasformarsi in vera e propria esperienza immensa ed immersa in altri spazi e percezioni . Se il primo capitolo era un lento sgretolamento della spensieratezza, questa storia è pura costruzione di ambienti e contesti dedicati all’azione. All’interno di un enorme parco divertimenti cinematografico, curato visivamente in maniera fanatica, La desolazione di Smaug prende per mano e occhi lo spettatore e lo catapulta dentro l’asfissia delle ragnatele, le umide peripezie nelle botti lungo il fiume, azioni coreografiche, prima di giungere all’attrazione finale: il tanto bramato Smaug.

Al di là delle solite, poco credibili peripezie di Legolas, personaggio sempre sterile e accessorio, l’azione si suddivide in divertenti performance simil-disneyane (vedi Bombur) e in affondi più fisici e realistici, soprattutto quando espressa dalle non più immacolate mani di Bilbo Baggins. Come ne Le due torri le linee narrative si ramificano, ma non tutti fioriscono in quanto ad efficacia. Da buon demiurgo, Peter Jackson gestisce al meglio tutti gli elementi (acqua, aria, terra, fuoco), crea sempre l’atmosfera giusta, ma non concede credibilità a tutti i personaggi che la respirano. Mentre si avvicinano all’inferno, i percorsi identitari di Bilbo e Thorin si caricano di complessità e sfumature interiori; Gandalf intraprende un viaggio solitario verso l’ombra più inquietante perché senza forma e senza nome; Legolas e Tauriel invece ricorrono per tutto il film il senso dei loro personaggi.

Laddove Un viaggio insaspettato aveva fornito una splendida visione d’insieme sulla diplomazia della Terra di Mezzo, La desolazione di Smaug si affida a singoli rappresentanti non del tutto riusciti (la triade elfica), facendo preferire lo scontro tra culture del primo film a questi incontri forzati tra stucchevoli spiriti affini. Come Smaug è qui che Jackson presta il fianco al suo punto debole, a quella critica tolkieniana che lo accusa di aver allungato il brodo per gustarsi al meglio gli incassi. Il problema di Tauriel e Legolas non è tanto narrativo, quanto di tono, assestati in una terra di mezzo insulsa ed anonima tra la giocosità dei nani e le epiche gesta di Thorin e compagnia.

Ma tra il fumo di tanta carne al fuoco emergono ambientazioni meravigliose, bozze ben riuscite (Bard) e soprattutto l’incarnazione di quello che si appresta ad essere l’icona definitiva del drago, archetipo elastico del male che implode ed esplode. Smaug è visivamente eccezionale, con un impatto estetico sublime, eppure il suo troppo enfatizzato confronto con Bilbo non riesce a superare in tensione e drammaticità il duello dialettico degli indovinelli nell’oscurità con il caro Gollum, scarno ed impregnato di disperazione.

Impossibile non ammettere che quest’opera sontuosa ma imperfetta sia condannata ad inevitabili confronti, non tanto con il meno appassionante, ma più emozionante predecessore, quanto con il fardello pesante della trilogia dell’Anello, non più Unico, ma condiviso dal pubblico. Quel fardello che tutta platea porta dentro di sé e ha ancora davanti agli occhi, un fardello che corrode con le sue passate perfezioni e rende meno credibile la fiaba laddove il male è stato già conosciuto. E allora forse, in questa estasi visiva, senza particolare poesia, dovremmo dire che Jackson si ispira più di tutti a Sauron, perché è soprattutto l’occhio che vuole la sua parte.

Giuseppe Grossi

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