Il gioco della dama

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L’eco della ghiandaia imitatrice è ancora forte. Nella distopica realtà di Panem gli Hunger Games non finiscono mai, così Katniss e Peeta vivono il loro tour della gloria come l’ennesima terribile costrizione, esibizione crudele di disparità e ingiustizie sociali. Nei distretti il dolore sta lasciando il passo alla rabbia, sospinta dall’icona della giovane capace di cambiare le regole. Per questo il grande master Snow, spaventato dai significati che Katniss porta addosso come spille, decide di organizzare un’edizione speciale degli Hunger Games, in cui vecchi vincitori tornano nell’arena per uscirne unici e soli sopravvissuti.

Nuova regia per vecchie pedine che si muovono su antichi tabelloni. Con l’avvento di Francis Lawrence (nessuna parentela con la protagonista) il grande gioco degli Hunger Games cambia sguardo, ma non la visione di insieme. La ragazza di fuoco è un buon film che parte dal vantaggio di non dover ri-spiegare il regolamento, portando così lo spettatore dentro le relazioni dei personaggi, per una volta mossi dai loro sentimenti e non dal volere altrui.

Eppure, paradossalmente, se la libertà del cuore lascia spazio a melensi triangoli amorosi – e dispiace davvero tornare con la mente a Twilight – la costrizione ludica pone la storia ad un livello superiore di drammaticità, elevandone i contenuti.

Più coeso e meglio curato visivamente del primo capitolo, La ragazza di fuoco ricalca in maniera sin troppo ordinata le dinamiche del suo predecessore. Il saluto al distretto, il viaggio, l’addestramento, la lotta. Questa volta però l’azione e le meccaniche sceniche sono originali, ansiogene, attraversate da maggior fatica e strazio.

Jennifer Lawrence incarna (in carne) con immensa credibilità un percorso di accettazione personale che valica il trauma, oltrepassa l’ingiustizia e si carica di responsabilità. Katniss cresce, da pedone si trasforma in dama, non tanto sicura di quello che vuole, ma certa di quello che rappresenta. Al di là della ruffiana carrellata di sontuosi abiti, assist per il marketing, la ricerca di una matura consapevolezza è forse il segreto dell’empatia instaurata col pubblico, agevolata da una serie di temi trasversali ad ogni iter adolescenziale: la dipendenza dal volere adulto, la necessità di apparire diversi da sè , la lotta competitive con i coetanei. Questo rende Hunger Games la saga dai sottotesti più maturi e attuali della sua generazione. Non tanto per la critica feroce alla società dello spettacolo, ma per aver colto con semplicità la natura dei patemi di pubertà.

Ma nel corso della visione emerge anche un rischio. Conoscere gli Hunger Games li ha resi prevedibili e per questo meno tremendi. Per un perverso meccanismo di assuefazione, il folle scontro tra simili risulta normalizzato per poi perdersi nella facile distrazione della simulazione ludica. Voyerismo da reality, l’immagine che domina il suo contenuto. Il rischio di assomigliare ai cinici abitanti di Capitol City fa parte delle regole.

Giuseppe Grossi

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