Marvel Comici

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C’è ancora del marcio ad Asgard e sonnecchia sotto le sembianze di una presunta pace, protetta da un Thor più saggio, ma triste per la lontananza dall’umana Jane Foster. L’Aether, antica sostanza posseduta dagli elfi oscuri per imporre la supremazia del Male sulla Luce, è tenuta nascosta agli occhi del perfido Malekith, ma quando proprio l’amata Jane la ritrova casualmente, è l’inizio di un’inevitabile guerra tra mondi che stanno per allinearsi.

Dopo il goffo esperimento drammaturgico di Kenneth Branagh, padre di un primo capitolo schizofrenico, scisso tra le atmosfere shakespeariane di Asgard e i toni comici terresti, Alan Taylor corre subito ai ripari. Il regista tenta di creare una struttura narrativa più densa e credibile attraverso un prologo (voce fuori campo e battaglie, in pieno stile La Compagnia dell’Anello) che fornisca elementi mitologici a rinforzo delle azioni che verranno.

Lo sforzo verso un disegno più coerente passa anche per un comparto estetico meno patinato e più curato del passato, finalizzato a fornire una visione d’insieme di un mondo complesso, con personaggi e storie ben strutturate. Tutti accorgimenti che non salvano Thor: The dark world da turbinio confusionario di indecisione e incoerenza.

L’aspetto scenografico è affidato ad elementi anacronistici, incapaci di portare lo spettatore dentro scenari avvolgenti in cui fantasy, fantascienza, martelli, spade laser e costumi con inquietanti déjà vu(da Xena ai Power Rangers) convivono in un immaginario ibrido, penalizzante per qualsiasi sospensione dell’incredulità.

Taylor vuole rappresentare un mondo, ma non riesce né a farlo vedere, né a raccontarlo, impigliato in una storia troppo classica, con un nemico che, in quanto semplice mostro, non possiede alcuna sfumatura di cattiveria. La sceneggiatura gestisce meglio gli addii dei ricongiungimenti, sacrifica l’aspetto emotivo diluendolo con una storia d’amore senza spessore (i due amanti sono davvero lontani anni luce) e dentro dinamiche familiari con potenzialità mai davvero sfruttate.

Anche nel caso di Thor: The dark world possiamo parlare di film ben confezionato, accettando la natura commerciale dell’opera e prendendo atto della nuova impronta – quasi un’etichetta – fornita dalla Marvel disneyana. Quello che conta è intrattenere, con maestria e siparietti ironici costanti.

Ma Asgard non è contesto per ammiccamenti alla Tony Stark. Il personaggio di Thor possiede potenzialità epiche e drammatiche qui continuamente tradite e interrotte da una comicità spesso irritante. Lo spettatore è messo di fronte ad un discorso seriale infinito, parte di un disegno più grande, film satellite del cosi detto universo espanso Marvel, pieno di citazioni e rimandi altri.

Dopo averlo scomodato per la presenza di Branagh, di Shakespeare non rimane che citare La Tempesta, perché qui, più che dal folgore del fulmine, si rimane storditi dalla confusione di un temporale fradicio di risate, impregnato col più manifesto dei merchandising.

Giuseppe Grossi

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