Sale a catinelle

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Dopo tante umiliazioni lavorative, l’ambizioso Checco Zalone corona il suo sogno e soddisfa le sue “aspirazioni”. Non solo diventa un eccellente venditore di aspirapolvere, ma può permettersi di vivere al di sopra dell’uomo medio, gestendo l’affetto nei confronti della moglie precaria e del bravo figliolo a suon di elettrodomestici ultramoderni, mega schermi in alta definizione e promesse impossibili da mantenere quando l’arrivo di un nuovo marchingegno casalingo mette in crisi la sua azienda.

Sole a catinelle completa la “trilogia meteorologica” della coppia Nunziante-Medici, con i titoli ad esprimere con onestà gli intenti degli stessi film. Se Cado dalle nubi dichiarava l’innocenza di un successo inaspettato, Che bella giornata si sedeva sugli allori ripetendo una formula comica troppo compiaciuta, ma non meno efficace in termini di incassi. Questa volta si torna a sorridere della disgrazia e ad irridere un mal costume che non è  estraneo al protagonista, ma ne fa parte.

Poco scurrile e sempre più cinico, agevolato da una serie di gag esilaranti e giochi di parole brillanti, il personaggio di Checco Zalone perde l’alone dell’ingenuità e la giustificazione dell’ignoranza, imponendosi come un consapevole e cinico arrivista, incapace di educare e abilissimo nell’ accaparrare ricchezza e crogiolarsi in un comodo e immeritato benessere. Luca Medici non si traveste più da svampito inetto alla Homer Simpson, ma da imbolsito e cinico talent scout di scorciatoie.  

Verace e vorace, Zalone è un grasso tarlo che rosica dagli altri per sopravvivere, rozzo Robin Hood al contrario che cavalca l’onda nonostante la crisi, il camaleonte che gioca a fare il giullare nella giungla. Farcela nonostante tutto, creando volutamente invidia anche nelle persone amate, abusando con egoismo dell’affetto di un figlio che guarda al padre come un supereroe.

Ed è così che la sua opera di elusione fa della risata un’arma di distrazione di massa, per sorridere di azioni mediocri che riconosciamo come le uniche possibili per andare avanti. Facile significa felice, la morale sembra questa. Eppure il buono esiste, l’amore e il bene, germogliati chissà come, sarebbero li a casa ad aspettarlo, ma l’affetto non è un bene quantificabile dall’uomo medio inebetito dal miraggio dell’autoaffermazione.  

Sole a catinelle elude la necessità di una trama per diventare carrellata di sketch divertenti (stacchetti musicali a parte). Nunziante mescola una serie infinita di cliché della commedia nostrana (contrasto sociale tra ricco e povero, nord e sud) e del cinema in senso lato (il viaggio on the road  e la promessa tra adulto e bambino).

Il risultato è efficace, ma la sensazione è che l’effetto valanga del film non riuscirà comunque a farne un’opera esportabile. Sole a catinelle non ha racconto, è un fenomeno ad una dimensione che non possiede alcun contenuto apprezzabile al di là dei nostri confini. Il piccolo schermo si allarga per tre/quattro settimane, mentre una lente di ingrandimento tricolore scopre che altrove diventerebbe miope. 

Giuseppe Grossi

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