Il cigno blu

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Adele mangia con la bocca aperta e piange dietro porte chiuse. Liceale irrisolta, ma non tormentata, ingorda di libri e cibo, adora la letteratura e studiare l’amore sui libri per poi testarlo sul proprio corpo ancora acerbo. La sperimentazione del sentimento passa attraverso l’esercizio con l’altro sesso, sino a quando l’incontro con la dirompente Emma trasforma un colpo di fulmine in un lampo blu.

Tratto dalla grapich novel Il blu è un colore caldo dell’esordiente Julie Maroh, La vita di Adele mantiene il gusto del ritratto, deciso nel descrivere esperienze e nel dipingere con colori forti le sue protagoniste, ma rinuncia sin da subito al gioco dell’ossimoro, perché nella storia omosessuale tra Adele ed Emma non c’è paradosso né contraddizione sociale da affrontare. La rivoluzione del film di Kechiche è quella di non mettere in scena alcuna rivoluzione. L’avversità non fa parte del percorso di accettazione del rapporto lesbico, ma si addentra al suo interno, come naturale conseguenza delle problematiche di coppie prima esplose nell’attrazione e poi accartocciate nel quotidiano svilimento.

Abusando di primi piani affamati di verità e naturalezza, il regista tunisino detrae al cinema la sua predilezione per l’emotività enfatica e lavora di sottrazione, senza alcun piacere estetico, con l’unico fine di mettere in scena la bulimia del sentimento amoroso, che vive di appetiti improvvisi e conati di repulsione.

Di Adele ed Emma, anime affini ed imperfette, non interessa l’intreccio narrativo, ma quello inevitabile dei corpi che si odorano, desiderano, invadono a vicenda. La vita di Adele è un manuale destrutturato di educazione sentimentale, film che procede per singoli capitoli di consapevolezza sempre crescente, delineando cambiamenti inevitabili che fanno maturare, percepire sintonie vibranti, poi implose nel dolore della fallibilità.

Kechiche sfrutta l’arte come frangiflutti per dividere le sue protagoniste. Una artista che opera disegnando su testa e tela la propria voglia di essere, l’altra artefice di altri destini, insegnante di future generazioni. Pur citando con non poco (gratuito) compiacimento filosofi, pittori e scrittori, La vita di Adele rifiuta il canone e il genere nel cinema come nelle sue due muse, inghiottite da un turbinio di desideri e mancanze universali.

La Palma d’oro di Cannes ha premiato un film dedicato a tutte le forme del desiderio, con le labbra a gustare le passioni più varie. Bocche che baciano, leccano, ingurgitano umori, sugo, sudore, muchi. La vita di Adele, senza alcun intento provocatorio, né mire progressiste, rimane addosso come opera impregnata di esperienza.

E del fumetto, più che i tratti di matita, rimangono i segni della vita, indelebili come il più caldo degli inchiostri blu.

Giuseppe Grossi

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