Ladri di etichette

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Giovani meteore nella costellazione del nulla. Un gruppo di adolescenti, inebetiti dallo scintillante star system americano, decide di intrufolarsi nella case dei vip e derubarli dei loro possessi. La curiosità si trasforma in abitudine, il gioco in vizio. Il verbo essere non è contemplato nello scarno vocabolario di questi ragazzi, pieno di “oh mio dio” e “oh cazzo”, perché tutto è finalizzato ad una vorace acquisizione di averi altrui. Tratto da una storia vera e ispirato ad un articolo di Vanity Fair, Bling Ring racconta la storia di questi nuovi fieri della vanità.

La generazione dei capi chini, intenta sfogliare pagine facebook e riviste glamour, sogna comunque di guardare tutti dall’alto verso il basso e trova nell’ultimo film di Sophia Coppola un suo manifesto tremendo o affascinante a seconda di chi lo guarda. Bling  Ring assume la forma di un piccolo documentario sociologico che non ha motivo, nè voglia di giudicare azioni già emblematiche, fotografia patinata dei nuovi anni ’10 in cui riprendere non significa rimproverare, ma registrare per poi stare a vedere.

Sophia Coppola non firma, ma filma, gestendo la macchina da presa a volta come complice, altre come lontana e oggettiva camera di sorveglianza. Tra cancelli violati e cancelletti che inglobano egocentrismi virtuali, Bling Ring ci racconta le esistenze circolari e autoreferenziali di ragazzi dispersi nella smania di apparire. Non diversi da quello che sono, perché in realtà le aspirazioni dell’essere non abitano le loro giornate in cui conta solo l’oggi e l’accumulo bulimico di oggetti.

La banda di Los Angeles riflette in ogni suo componente la facilità odierna di accedere alla visibilità e al successo. Facile come un login, facile come la mandria dei senza talento e senza fatica che viene idolatrata dai media. Quando l’esempio è Paris Hiltion, l’asticella del “posso farcela” è bassa, alla portata di chiunque, rasoterra. I tacchi a punta invece fanno eco dentro appartamenti enormi dove tutto è a vetro, visibile, pubblico. La proprietà privata di auto, case, volti, vite è ormai impossibile, tutto è violabile perché fatto per essere violato.

Coppola descrive case spoglie di indumenti e derubate di genitori-guida. Colpevolizza loro, troppo presenti o assenti, piuttosto che i figli di un vuoto benessere. Questa volta l’adolescenza non è una terra acerba tra il non più e il non ancora, ma un arido territorio del nulla dove l’età dell’immaginazione si fa risucchiare dall’era delle immagini.

Giuseppe Grossi

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