Formula vincente

Immagine

Lauda guida ascoltando il suo sedere, Hunt vive guardandolo alle donne. Lauda non piace alla gente, ad Hunt piacciono le curve di signore e circuiti. Il primo corre inseguendo la maniacale ricerca del metodo e della perfezione, il secondo si lancia verso un’istintiva smania di adrenalina al limite dell’autodistruzione. In una carriera fatta di decimi di secondi, entrambi vogliono essere i primi. Due persone e due personaggi opposti, divisi da un guard rail lunghissimo che li costringe ad essere paralleli, come su binari fusi nell’unica cosa che condividono: l’asfalto.

Ron Howard ripercorre senza frizioni una storia vera che sembra essere stata scritta dalla vita apposta per il cinema, dimostrando ancora una volta di trovarsi a suo agio nel racconto del duello come tema portante della sua sensibilità. Se con Frost/Nixon aveva imbastito uno straordinario scontro dialettico sul senso moderno dell’immagine pubblica, con Rush rivernicia due icone dello sport, le eleva a simulacri dei classici opposti che si attraggono in una naturale e contraddittoria stima reciproca.

Rush è un film che abusa dell’archetipo dell’agonismo, un’opera possente e ben confezionata che regala alla competizione il gusto dell’epica e di un eroismo noto, ma mai banale. Come un diesel, Rush parte da una presentazione che abusa della didascalia per poi carburare ed evidenziare la miriade di dicotomie che compongono questa storia di uomini che trovano nello sport un modo per sublimare la sociopatia e un’evidente difficoltà di relazionarsi agli altri partendo dallo stesso piano, come se dal podio vedessero meglio tutto e tutti, come se guidare bare aerodinamiche li aiutasse ad apprezzare meglio la vita che senza volante sarebbe avara di emozioni autentiche.

Da una parte la gelida razionalità di Lauda, ingegnere ingegnoso e abile calcolatore, dall’altra la bollente esuberanza di Hunt, avventato avventuriero da cordoli. Uno parte dal motore, dà la precedenza al mezzo meccanico e all’olio che lo attraversa, l’altro alla follia del pilota, al suo corpo e al sudore che lo cosparge. In questo eterno dilemma di cui la Formula 1 rimane vittima, Ron Howard, pur insinuandosi più volte tra pistoni e cilindri, predilige calcare la mano sul lato umano, infilarsi nell’epidermide dei due piloti. Non punta alla prestazione, ma alla motivazione, non descrive fatti, ma mira a descrivere le molle emotive di due uomini alle prese con la propria personale concezione di rischio, vittoria, felicità e successo.

Bello contro brutto, l’idolatrato da molti contro l’amato da pochi, due fili che si intrecciano sino a quando il destino spezza la corda e mette in mostra la differenza tra guardare la morte in faccia e portarla sul viso. Gli sguardi che si cercano e in qualche modo si riconoscono sono la più bella morale di un film che esalta la necessità dell’altro come unico motivo di miglioria del sé.

Nonostante vada in scena una competizione, per lo spettatore non c’è possibilità di tifo, ma soltanto l’ammirazione per tre uomini che hanno saputo scavare e scovare il meglio da due dei più grandi spettacoli moderni. Lauda e Hunt dallo sport, Howard dal cinema, circuito dove si rimane seduti due ore, come in un Gran Premio dove la vita, altrui e propria, scorre davanti e dentro ai nostri occhi.

Giuseppe Grossi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: