American Why?

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Uno sceneggiatore con idee discutibili, armato di disperazione e pistola, costringe un produttore ad ascoltare le sue idee strampalate per un film non meno insensato e ridicolo, composto da una decina di cortometraggi che celebrano l’idiozia nella sua forma più sterile e sotterrano la comicità nella volgarità più scurrile e compiaciuta.

Facile pensare che la trama di Comic Movie sia molto simile al suo reale percorso produttivo, ovvero basato su idee folli abortite sul grande schermo. Un film corale che si nasconde dietro la meta narrazione, un capriccio collettivo senza una guida al timone che si trasforma in una festa d’ammutinamento con tanto di ciurma impazzita. Attori, figuranti, comparse che si dilettano per noia, più che per gioco, nell’arte dell’esasperazione.

Il film diretto dai fratelli Farrelly & co. tenta di conciliare, con spudorati intenti commerciali, la presenza di numerose guest star (pluripremiate e nominate agli Oscar) con due icone della demenzialità americana, ovvero Anna Faris, regina degli Scary Movie e Seann William Scott, giullare di American Pie. Qui però non c’è traccia né del citazionismo irriverente del primo, né dello spensierato manifesto generazionale del secondo. Il risultato è stanco e imbolsito come il vecchio Stifler. Il divertimento è traviato più che traviante, il disgusto a portata di lingua.

Comic Movie è una continua promessa di risate che non arrivano mai, è la peggiore concretizzazione dell’America che vorrebbe ridere di sé, ma sconfina nel gusto tutto adolescenziale della celebrazione dei peti, dei rutti e dello sperma. Come il liquido seminale, il cinismo efficace di Farrelly è rimasto impigliato nei capelli di Cameron Diaz, perché questa volta siamo di fronte alla peggior conseguenza del talvolta raffinato “no sense” dei Griffin.

A parte un vagamente sensato riferimento all’ossessione, al limite dell’autoerotismo feticista, per la tecnologia (non fate l’amore con il vostro iPhone), non c’è risata basata su una citazione ben calibrata, né un sorriso strappato a qualche schizofrenia quotidiana realmente condivisa dal pubblico.

Di strappato c’è il biglietto, mentre la sensazione di esserci cascati è assai integra. Ma ormai è troppo tardi.

Giuseppe Grossi

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