L’eroe dei due immondi

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Due mondi di esseri, due modi di essere. La Terra si è trasformata in un pianeta morente, piegato dalla sovrappopolazione, sottomesso al controllo delle macchine e decimato da infezioni e malattie. Sulle teste dei terresti orbita un satellite artificiale, Elysium, acronimo di un “esilio” dorato in cui i ricchi vivono in pace, lontani dalla promiscuità, in un benessere asettico, non meno inquietante e innaturale del loro vecchio mondo tanto ripudiato. Un operaio, con il vecchio sogno di approdare su Elysium, viene contaminato da radiazioni che gli lasciano cinque giorni di vita. Una buona occasione per tentare lo sbarco sull’altro mondo dove le malattie vengono guarite, ma dove il virus della ribellione non può essere debellato.

La premesse narrative di Elysium sono distanti anni luce dall’originalità. La storia distopica dell’uomo succube delle sue stesse invenzioni, del popolo sottomesso all’esasperazione dei suoi desideri, è figlia di tante opere letterarie e cinematografiche. Per questo Blomkamp sceglie la via della rappresentazione innovativa, ovvero del già raccontato che vuole evitare a tutti i costi il già visto. Tralasciando i dialoghi e la sceneggiatura, il regista si dedica ad una minuziosa ricostruzione di due mondi paralleli, ma uniti nel considerare l’uomo come animale socialmente fobico. La fotografia e la scenografia delineano con efficacia una terra arida, rossa di polvere, contaminata e una realtà artificiale circolare e per questo autoreferenziale, candida, ma posticcia, bella, ma tutt’altro che sana.

Sfruttando la fisicità martoriata del sofferente Matt Damon, Elysium ci dice che la rabbia e la disperazione del singolo, giustificazioni esplicite della violenza messa in scena, sono sentimenti molto più umani di una presunta pace collettiva, con il desiderio di rivalsa come molla principale per l’eroe ostinato.

Blomkamp ha il merito di ispirarsi al cinema di fantascienza senza risultarne schiavo come successo a Kosinski con Oblivion. Il suo sguardo possiede la capacità di immaginare nuovi mondi, con un crudo realismo a rendere tutto più credibile. Per questa volta emerge solo la proiezione di queste potenzialità e non lo stupore della loro messa in atto. Le premesse per un ragionamento sociologico sul senso del possesso e sull’atavico tema dello squilibrio sociale tra ricchi e poveri, viene affidato ad un finale frettoloso che gioca con il rallenty e i sentimentalismi di un passato ricco di speranze, in netta opposizione con un futuro impossibile come quello ipotizzato dal film stesso. Il resto rimane un godibile action movie che si diverte con i giocattoli della tecnologia, con presunti avatar, con botte estenuanti tra buoni e cattivi e con una stereotipata critica al cinismo delle multinazionali (la forma di Elysium è a metà strada tra il simbolo della pace e quello della Mercedes).

Questi campi elisi non sono che un lontano miraggio della perfezione, perché fanno da habitat ad una superficiale distinzione tra il vedere e l’essere visti dagli altri, a capire la differenza tra il basso e l’alto, ma non quello tra il dentro e il fuori, tra l’ascoltare e l’essere ascoltati dal mondo. 

Giuseppe Grossi

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