Incubi nel cassetto

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Prima dei mostri nell’armadio, c’erano i sogni nel cassetto. Quello dell’ostinato Mike Wazowski è diventare maestro degli incubi, spaventatore terribile nonostante l’aspetto da goffa creatura. Emarginato sin da bambino, il verde Mike punta il suo futuro sin da piccolo, costruendo con dedizione un cannocchiale tutto suo, attraverso cui si immagina un affermato mostro della Monsters Inc. Così, pieno di giovane entusiasmo, si iscrive alla Monsters University, dove imparerà che a far spavento sono soprattutto le proprie aspirazioni costrette a scendere a patti con la realtà.

Se Monsters & Co. aveva abilmente intrecciato il mondo dei mostri con quello degli umani, delineando paure e pregiudizi reciproci, Monsters University si immerge totalmente nell’immensa realtà delle giovani creature, stelle nascenti affamate di urla infantili, sospese nei pressi della porta che divide la giovinezza dall’età adulta. Il film di Dan Scanlon procede leggero, inserendo l’elemento comico nelle variegate caratterizzazioni dei personaggi, costruendo situazioni spesso grottesche, condite da un’abile rivisitazione degli stereotipi giovanili (il secchione, il nerd, lo sfigato, il bullo, la matricola) nelle battute e dei generi cinematografici (il teen movie, l’horror e la commedia) nei contesti.

Suddiviso in tappe di una sfida dove l’io deve convivere con il noi, Monsters University alterna con perfetto equilibrio il piacere ludico con il fine pedagogico. L’opera Pixar, nonostante il registro sempre frizzante, affonda zampe e artigli nel terreno dell’istruzione e della crescita. Da una parte ci tiene a chiarire le sostanziali differenze tra la passione (Mike) e il talento (Sullivan), le ragioni della mente e il dovere del cuore, dall’altra concepisce la diversità come valore arricchente per il mondo oltre che per se stessi.

Laddove alcune produzioni Pixar si erano distinte per un certo gusto nostalgico (Wall-e, Toy Story 3), Monsters University è dedicato alle tappe del futuro, a quel percorso obbligato e calpestato da tutti in cui è necessario capire cosa siamo prima di quello che vogliamo, sino al momento doloroso, ma necessario, in cui la volontà cede il passo al bisogno. Così come fanno Mike e Sullivan, coppia (im)perfetta, sintesi estrema del piccolo che conosce le sue grandezze e del grande che impara ad apprezzare le piccole cose. La porta è finalmente aperta e il pubblico si fa spaventare volentieri dal loro abbraccio.

Giuseppe Grossi

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