Fiero dall’Est

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Esiliato nella natura più selvaggia, lo schivo e vagabondo Wolverine si ispira ai suoi artigli, si ritira per poi spuntare all’improvviso tra la gente cercando di dare un senso alla sua vita infinita e inscalfibile. Poi, mentre la rabbia e il tormento per l’uccisione dell’amata Jean prendono il sopravvento su un eroe privo di obiettivi, ecco spuntare una misteriosa messaggera asiatica che riporta il vecchio Logan in Giappone, dove un uomo in debito con lui decide di donargli la mortalità.

Tra i cinecomics si è insinuata un’abitudine, diventata presto moda. Quella di approfondire il lato umano del non più invincibile protagonista, svelarne paure e contraddizioni, con la speranza di avvicinare il pubblico al personaggio abbassato a “persona qualunque”. Dopo la triplice seduta psicoanalitica del Cavaliere Oscuro, le angosce da figlio abbandonato di The Amazing Spiderman e il grande bluff di Iron Man 3,  Wolverine: L’immortale ha tutto il potenziale per affondare il colpo nella carne piuttosto che lucidare l’adamantio, basandosi su un albo di fumetti dedicata alla natura meno bestiale dell’uomo dal passato travagliato.

Nonostante Wolverine parta con la stessa aria arruffata dell’ultimo Bruce Wayne e con gli stessi incubi dell’ultimo Tony Stark,  James Mangold, esperto di turbe mentali (Ragazze interrotte), rimargina quella ferita che era stata Wolverine – Le origini e vira subito la cinepresa verso un sano e onesto action movie, senza grosse pretese filosofeggianti, ripulito da ogni deriva sanguinolenta per rispettare il ferreo PG 13. Wolverine: L’immortale procede lineare con il merito di una razionalità che fornisce all’eroe solidità e forza, pompandone l’icona come le vene in perenne pressione sul corpo scultoreo di Jackman, di cui si apprezzano sempre e comunque le espressioni.

Meno arrabbiato e iracondo della belva presentata nella trilogia degli X-Men, qui Wolverine conosce la sua maturità, si riscopre capace di un’ironia sempre mascolina ed entra in contatto con la sua consapevolezza. Anche senza un nemico ben preciso, Logan lotta soprattutto contro il suo passato (ma non contro la paura del volo), agendo con la sfrontatezza di chi, pur non avendo nulla da perdere, ha qualcosa da conquistare.

L’ambientazione giapponese fornisce diversi spunti interessanti, soltanto sfiorati da una storia rettilinea che preferisce dedicarsi a godibili coreografie di lotte molto fisiche e verosimili, piuttosto che incurvarsi altrove. C’era la possibilità di approfondire la duplice e contraddittoria natura del Giappone, da una parte riflessiva e ancorata ad una tradizione intrisa di valori inossidabili e dall’altra votata all’odierna tecnologia, frenetica, vorace e  rapidissima. Così come sprecato risulta il riferimento ai sopravvissuti di Nagasaki, con la devastazione e la morte che hanno reso un popolo intero più in debito con la vita stesa , più attento al plurale che al singolo.

Perché in fondo Wolverine è il supereroe che più di tutti incarna un compromesso tra l’occidente, regno dell’individualismo, e l’oriente, l’habitat dei ninja, dei samurai, dell’etica del collettivo. Il lupo solitario che deve coesistere con gli altri mutanti, la rabbia intima che deve convivere con le necessità di tutti, una singola mano che deve sopportare l’incombenza di una serie di artigli.

Giuseppe Grossi

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