The Two in Life

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L’amore di Neil e Marina vive in simbiosi con le maree di Moint Saint Michel. Prima impetuoso  e fertile, ricco di corse mano nella mano, carezze, sussurri, complicità, poi risucchiato dal vortice del quotidiano, inaridito come le campagne americane, disperso tra i freddi corridoi di un supermercato qualsiasi. In continuo bilico tra l’abbraccio e l’addio, la giovane coppia si nutre di contrasti in cui affetto e odio si scambiano e confondono.  Ad ascoltare le loro confessioni, Padre Quintana, testimone silenzioso di un rapporto incostante come la sua fede nell’amore di Dio.

Dopo il graduale passaggio dalla purezza alla contaminazione (The New World) e il viaggio lirico nell’essenza della vita (The Tree of Life), Terrence Malick continua ad impostare il suo cinema poetico su un processo evolutivo, questa volta indirizzato verso lo smarrimento e la perdita. Se Jessica Chastain e Brad Pitt piangevano la morte di un figlio, Ben Affleck e Olga Kurylenko elaborano assieme un graduale lutto condiviso, ovvero lo sgretolamento di un rapporto prima tanto idealizzato e sognato, poi imbastardito dal tempo, reso arido quasi dall’essenza fallibile del sentimento stesso. Per Malick non ci sono ragioni e spiegazioni, ma solo domande incessanti; il punto non è mai la fine di un discorso, ma solo parte di un grande interrogativo, senza risposte oggettive, ma con la necessità di una riflessione interiore, quasi segreta e indicibile.

To the Wonder punta come sempre la camera dal basso verso l’alto, come in perenne atto di preghiera, alla ricerca di un’ispirazione, di un senso nel vivere, di una meraviglia risolutrice. Pur abusando di tecniche e dinamiche ormai autoreferenziali (la voce fuori campo, le mani di donne sobbalzanti rivolte al cielo, l’assenza di una sceneggiatura) il cinema di Malick si riconosce nell’indagine filosofica, in quanto puro ed incessante atto dell’interrogarsi. Questa volta la sua ricerca sfrutta la bellezza della Natura come contrasto con la natura umana, quella che abita case spoglie e non trova risposte in chiese impolverate, e che si riconosce più nell’eco del vuoto piuttosto che nella limpidezza di un campo di grano o nella tiepida luce di un tramonto.

La vera meraviglia sarebbe quella di trovare la causa della fine dell’amore, di cui non interessa mai la fonte, ma solo lo sfocio nell’oblio. To the Wonder è un’opera amara che affonda le sue radici nell’esperienza dello svilimento amoroso, degli occhi che non si riconoscono, dei corpi che si respingono, invecchiano e si ammalano. Un discorso che Malick applica anche alla Fede nell’amore divino, in quello che Dio prova per le sue creature e viceversa, riuscendo a comunicare il dramma dell’incomunicabilità attraverso sprazzi di immagini che riconciliano con l’esperienza più che con la vita.

To the Wonder vive a metà strada tra il credere in Dio e il credere in due, tra la fiducia e la Fede, linea di confine tra l’infinito e il finito, tra le vie della grazia che elevano verso il cielo (lo schermo) e le vie della natura che iniziano appena le luci della sala si riaccendono.

 Giuseppe Grossi

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