The Walking Dad

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Wwz. L’acronimo più celebre dei nostri tempi ingloba un intruso, quella “z”, sinonimo di zombie e quindi di contagio, virus, termine caro alla “rete” qui non virtuale, ma umana, animale,  infestata sino al midollo. Le strade del mondo pullulano di non morti arrabbiati che sbattono contro qualsiasi cosa e sbranano chiunque, prede di una furia immonda di cui non si conosce né origine, né cura. Spinto da un paterno spirito di protezione nei confronti della sua famiglia e dal senso del dovere, un ex impiegato della Nazioni Unite decide di unirsi alle ricerche paramilitari per trovare una soluzione all’affetto domino che si propaga in modo inesorabile.

Ispirandosi all’omonimo romanzo di Max Brooks e benedetto dal contagioso successo globale della serie The Walking Dead,  Marc Forster si avventura nell’ennesima rappresentazione cinematografica degli zombie, qui privati del loro storico lento incedere e velocizzati, resi schizofrenici, arrabbiati  come comuni cittadini tra le vie di una metropoli qualsiasi.  Eppure il riferimento all’uomo moderno ormai massificato privo di carattere personale questa volte non regge. La metafora è una conseguenza del nostro contesto sociale che pullula di disperazione economica e omologazione incessante, ma non abita questo film. Perché in World War Z l’allegoria è l’ultimo degli obiettivi. Il mirino punta verso un sano e puro intrattenimento in un film di generi che dosa con attenzione il survival horror con il racconto apocalittico, alterna ambienti claustrofobici e privati ad altri collettivi in ampi spazi di disperazione. Tra asfissia e agorafobia, Forster si serve con mestiere delle dinamiche e dei luoghi tipici dei generi senza dimenticarsi dell’action movie (il barricarsi, l’epidemia, l’assalto al supermercato, il laboratorio) e passa in maniera graduale dalla ricerca dei “perché” a quella della soluzione.

Con un ritmo incessante simile alle note di Isolated system dei Muse, World War Z  non perde tempo nell’approfondire la psicologia dei personaggi, non si cura di anime e spiriti, ma solo di materia e corpi. È un film solido, in cui si avverte la fatica e il sudore scorre più del sangue.  Qui gli zombie, più che la prospettiva della fine, si pongono come specchio distorto del “come si sta andando a finire”, emblemi scarni della spietata lotta per la scalata sociale.

Brad Pitt si eleva ad eroe assoluto, unico uomo vero sulla Terra nonostante i vari compagni d’avventura e quindi sicura leggenda. Personaggio a una dimensione, quella del coraggio ad oltranza, atteso dalla sua Penelope, un Ulisse che con ogni mezzo di trasporto (dall’aereo alla bicicletta) attraversa tutto il mondo, con qualche caduta di stile sui muri israeliani, per salvarci tutti. E in effetti tra mostri ed epidermidi in stato di decomposizione, la bellezza scultorea di Brad è l’unico antidoto ai mali del mondo. Così il cinema americano, con i suoi miti inarrivabili, ci ricorda che la realtà si divide in Brad Pitt da una parte e una massa di spettatori indistinti dall’altra, zombie che si nutrono di ammirazione e invidia.

 Giuseppe Grossi

 

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