L’uomo d’acciacco

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Non tutti i meteoriti portano sventure. Alcuni portano con sè vita e speranza. Nel bel nulla del Kansas, un neonato viene catapultato sulla Terra, inviato divino proveniente da Krypton, pianeta morente dove un padre, Jor-El, dice addio a suo figlio affidandogli la responsabilità di una grandezza futura. Scisso tra l’emarginato e il prodigio, il giovane Clark Kent dimostra presto la sua diversità, incamminandosi nella ricerca delle proprie origini, pieno di risposte a dubbi esistenziali tanto umani e per niente alieni.

La genesi dell’eroe per eccellenza si regala l’ennesima versione, con il difficile compito di far dimenticare il nostalgico omaggio di Bryan Singer (Superman Returns) e l’obbligo di aggiornare l’icona col mantello ai moderni canoni supereroistici. La svolta realista messa in atto da Christopher Nolan, esploratore delle derive tormentate e implose dell’uomo che si cela dietro la maschera o nel costume, ha reso necessaria la revisione di una figura troppo perfetta e invincibile per creare empatia e fascino. Superman era troppo lontano dalle persone, si faceva ammirare da lontano, strabiliava per le sue gesta, ma non si insinuava nella sensibilità collettiva.

Il difficile fardello viene messo sulle spalle dell’esperto di cinecomics Zack Snyder, la cui mano devota alla spettacolarità è stata guidata da Goyer e Nolan, ormai esperti ed accurati giardinieri di radici narrative. Prima che su Krypton, L’uomo d’acciaio nasce nelle aspettative di tutti come il film del Superman definitivo, dell’Eroe dei nostri tempi, privato delle ormai inaccettabili mutandone rosse, lontano da cabine telefoniche, con un vissuto da raccontare e svelare al grande pubblico.

Sin dal lungo e roboante prologo, che tanto somiglia a quello di Star Trek di Abrams, Zack Snyder prende le distanze dalla Terra e avvisa che non si soffermerà sulla classica storia terrena di Clark Kent,  ma si dedicherà alle motivazioni aliene dei kriptoniani, buoni o cattivi  che siano. L’altro mondo è il centro dell’azione, la Terra solo il campo di battaglia.

Questo significa abbracciare la fantascienza e spingersi oltre la frontiera della spettacolarizzazione compiaciuta e fine a se stessa. Con una regia confusionaria e frastornante, Zack Snyder giochicchia con i superpoteri di Kal-El, creando un Superman né esemplare per gli altri, né così perseguitato, senza alcun cenno alla complessità del rapporto simbolo/popolo. Snyder lo fa volare senza traiettoria, compiere gesti di altruismo, gridare di rabbia, ammonire i cattivi di turno, abbattere qualsiasi cosa, compresa l’aspettativa di chi attendeva un film maturo. Nolan e Goyer ci rendono orfani di una sceneggiatura ben strutturata che tocca il tema del disadattato vittima della sua natura straordinaria quasi per dovere e non con l’intenzione di svilupparlo. L’uomo d’acciaio è un film freddo come il metallo che porta nel titolo, un’opera che proprio dallo suo nome (come fatto per Il Cavaliere Oscuro privo di Batman) faceva sperare di spogliarsi dell’icona patinata e attaccarsi allo strazio umano della non accettazione propria e altrui.

Di umano resta un ripetitivo confronto con la figura paterna, insistente nel dichiarare che Clark “è  destinato a grandi cose”, tripartita in un padre naturale lungimirante e prodigo di consigli, uno adottivo prudente, protettivo e spaventato dall’umano rigetto per l’ignoto e persino uno religioso, forzata presenza dell’elemento cristiano, quasi a confermare le similitudini messianiche tra Gesù e un Superman curiosamente 33enne.

Snyder abbaglia senza ammaliare, ha paura di voler rivoluzionare, e si adagia al prevedibile, senza attuare quella rivoluzione necessaria a rendere credibile l’incredibile. Il suo Superman è la massima espressione della superimpotenza del cinema americano rintontito dalla maestria della tecnica. Il regista divide il film in un passato lento e a tratti didascalico e un presente velocissimo e confuso, senza saper sfruttare la vulnerabile rarità dello sguardo di Henry Cavill, destinato a grandi bicipiti, mal dosando l’ironia, esplicitata con battute al limite del ridicolo. La buona colonna sonora di Hans Zimmer viene disturbata dalla rumorosa messa in scena di Snyder, bravo a distruggere oggetti e palazzi, ma incapace di costruire soggetti e personaggi.

Più che un reset uno standby, L’uomo d’acciaio conferma che Superman vola lontano da noi, forse ingenui nel volerci avvicinare ad un superuomo alieno, a immaginarlo preda di strazi intimi. Clark Kent si confonde bene tra l’imperfezione umana in un film altrettanto fallibile. Così, assieme alle mutandone rosse, viene spazzato via anche il simbolo sul petto del supereroe alienante, quella speranza di un film migliore, la speranza di riconoscerci in un’icona mai così distante.

Giuseppe Grossi

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