Pena capitale

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Roma è la capitale delle contraddizioni. Di giorno luogo maestoso, da guardare dal basso verso l’alto, silenzioso simulacro di grazia e di bellezza artistica, ammirabile e ammirata città dallo spirito sublime. Di notte i suoi attici rumorosi la guardano dall’alto, si riempiono di personaggi coatti, cafoni, rumorosi, abitanti senza senso di appartenenza ad un posto vissuto come sola opportunità di affermazione. Tra la folla di questa vecchia generazione perduta si distingue lo sguardo assuefatto e distaccato di Jep Gambardella, critico d’arte senza più ispirazione e aspirazioni, rimasto inchiodato al suo primo buon romanzo, e ora disperso in una mondana masturbazione con piena coscienza.

Dopo aver guardato il mondo dal filtro di un politico e di una rockstar, Paolo Sorrentino torna a mimetizzarsi nello sguardo solitario e solo di un unico personaggio, ma questa volta ne amplia lo sguardo verso il suo pubblico, calando il suo protagonista in un tessuto sociale miserabile e decadente. La Roma dell’alta borghesia è un teatrino di maschere al botulino, di ipocrisie sventolate come certezze, di totale e irreversibile smarrimento di guide e valori. In questa Italia da rifare con iniezioni di chirurgia etica, Jep Gambardella (il sempre troppo perfetto Servillo) si aggira da spettatore onnisciente, senza trovare nella sua consapevolezza la forza per fuggire alla noia e all’inettitudine del vivere. Il film gira in tondo come il suo protagonista, cammina lentamente alla continua ricerca di un’epifania svelatrice, si sforza di trovare nella bellezza monumentale la spinta per un’umana redenzione.

Sorrentino esprime così una profonda critica dell’attuale stato dell’arte, non la eleva ad espressione di profonde sensibilità, ma la sotterra a misero esercizio di stile di gente improvvisata, che riversa in essa la frustrazione della propria incapacità. Non si salva niente, cinema, teatro, pittura, circo, letteratura, tutto si rivela un goffo tentativo egoista di lasciare una traccia di sé nel mondo, per poter sventolare agli altri la presunta eternità del proprio essere e utilità del proprio vissuto. Gambardella invece, in un paradossale stato di conformista controcorrente, cerca in modo disperato che il mondo gli rimandi un segnale di senso, una scintilla per poter tornare a scrivere qualcosa di autentico.

La grande bellezza è un film molto disturbante, una messa in scena spietata e tragica della modernità, dispersa nel compiaciuto spettacolo di se stessa. Sorrentino, con sprazzi visivi di Fellini, Malick e addirittura Refn, conferma il suo spirito internazionale e costruisce un’opera penosa che pecca solo di eccessiva ricerca dell’elemento straniante, di un minutaggio solo in parte funzionale alla storia del suo protagonista e di qualche momento troppo didascalico. Il resto è un’imponente presa di coscienza dell’oggi, al limite della sociopatia e di una malinconia inguaribile. La grande bellezza è possibile solo nel ricordo di un passato glorioso, persa nei segni nel cassetto, smarrita per sempre nei diari della giovinezza e nella spensieratezza dei tempi andati. La rievocazione è l’unica forma di pace possibile e l’immaginazione retroattiva un inganno necessario per ritrovare il sorriso perduto. Per questo Roma è il set ideale, capace di idolatrare l’importanza delle radici con le sue statue e i suoi monumenti inarrivabili, lasciando ai suoi passanti la possibilità di specchiarsi davvero soltanto nel Tevere, pieno di scarti e di putridume.

Giuseppe Grossi

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