Il curioso caos di Jay Gatsby

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Prima della Grande Depressione, l’America era impregnata d’alcool, sballata da deliri di onnipotenza e accecata dai lustrini. In questo perpetuo carnevale di maschere ed eccessi di edonismo, la dimora del Grande Gatsby,  personaggio avvolto dal mito e dal mistero, riesce a distinguersi per tracotanza e sballo condiviso. Feste, lusso, balli,invitati senza invito e champagne riempiono il grande vuoto di un uomo solo con i suoi sogni e suoi scheletri in un armadio pieno di splendidi abiti. Ma l’amore perduto di Daisy, ormai sposata, ritorna possibile grazie a suo cugino Nick, vicino di casa di Gatsby, testimone silenzioso e paziente del loro rischioso riavvicinamento.

Dopo aver stravolto con coraggio tragedie europee e provato ad omaggiare la sua Australia, Baz Luhrmann sorvola l’Oceano e dà uno sguardo al continente americano, lo punta da lontano, cercando di inquadrarne le vette, di sbirciarne le finestre e cogliere lo spirito elevato verso il desiderio di successo. Riutilizzando la stessa struttura narrativa di Moulin Rouge, fa scrivere ad un protagonista ordinario il racconto di un’esperienza straordinaria, alle prese con un personaggio affascinante e controverso in cui il regista si rispecchia compiaciuto. Proprio come Gatsby, Luhrmann riesce a maneggiare meglio la forma della sostanza, la materia piuttosto che i sentimenti, sfiora lino e tessuti chic, invece di toccare  l’anima sentimentale di personaggi simili a testimonial di chissà quale spot.

Con Il Grande Gatsby, in realtà solo modesto, Luhrmann fallisce il suo solito intento di rappresentazione citazionista (postmoderna?), trasformando una commistione di generi musicali, visivi e architettonici (metafora del melting pot statuintense?)in un minestrone caotico e luccicante. Il film dà il meglio di sé nella costruzione, piena di attese e di fascino, di un mito posticcio, ma fallisce quando ne presenta le falle e tenta di addentrarsi nei meandri ossessivi di una tremenda caduta negli inferi, pieni di vane speranze.

Mentre Di Caprio, straordinario sollevatore di bicchieri e dispensatore di sorrisi, si riconferma magnifico e carismatico interprete, capace di scivolare tra i suoi personaggi, Carey Mulligan risulta una scelta infelice, perché suoi occhi sono troppo profondi e pieni di altrove per mettere in scena una donna superficiale e confusa da se stessa. Del romanzo di Fitzgerald rimangono le accurate descrizioni della decadenza e una visione cinica del sentimento amoroso, in cui non prevale tanto l’altruismo per la persona amata, ma l’egoismo per quella parte di sé che percepiamo come amata, idolatrata, irresistibile concime per l’autocompiacimento.

Luhrmann organizza una grande festa ma non ne esplicita fino in fondo il senso, dovrebbe imparare dal suo Gatsby che il passato non si ripete e quindi evolversi, ma mentre il pubblico, come Nick, rimane fermo a guardare e ad assistere,  il regista, come Jay, resta frastornato dai fuochi d’artificio, cercando di inseguire vanamente quella luce verde che è il successo, travestito da capolavoro mancato.

Giuseppe Grossi

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2 responses to “Il curioso caos di Jay Gatsby

  • Daniele Dani

    Non definirei il film “caotico e luccicante” bensì “immaginifico e caleidoscopico”. La differenza? nella struttura. Il film ce l’ha una sua struttura – come appunto un caleidoscopio – che possiamo dire tipica di Baz: circolare, autoreferenziale forse (prematuramente direi). Non l’ho trovato un minestrone: lavora molto sulla fotografia, sulle immagini appunto, sul glamour di quegli anni e sulla superficialità con cui si potevano vivere piccole e grandi tragedie. E con la stessa superficialità ha purtroppo (non) descritto i personaggi, i sentimenti e l’essenza stessa del romanzo.Il post è interessante e ben scritto e per il resto concordo su tutto.
    P.S.: Di Caprio “straordinario sollevatore di bicchieri”, carina…

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