Il fin di vita

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Irene vive col contagocce. Le emozioni implodono nel suo mondo ovattato, sott’acqua, dentro le cuffie di un lettore mp3. Una vita senza affetti, una quotidianità che assomiglia ad un segmento, in cui si passa con ordine da un punto ad un altro. Tutto ha un inizio e una fine. Nel lavoro, nel sesso, nulla continua oltre il percorso prestabilito. Una “non persona” che si muove dentro “non luoghi”, treni, aerei, andate e ritorni. Senza ritorno sono invece i viaggi che concede ai suoi (non più) pazienti, stanchi di una vita indegna di essere definita tale. Sotto lo pseudonimo “miele”, Irene somministra morti dolci, ma quando scopre che sta  per assistere al suicidio di un uomo fisicamente sano, in lei si scatenano sentimenti sommersi da troppo tempo.

L’esordio alla regia di Valeria Golino produce un film tutt’altro che italiano, per luoghi, temi, tempi del racconto e atmosfere evocate. Miele affronta due percezioni diverse della malattia, quello manifesto dei corpi martoriati, e quello invisibile degli animi depressi, piani paralleli per considerazione e dignità. Opera vischiosa, amara per forza di cose, Miele si attacca alla morale e appiccica nella coscienza di chi guarda e avverte dentro di sé la necessità di uno schieramento. Non tanto esprimersi sul tema eutanasia, ma interrogarsi sul senso della propria esperienza, facendo i conti con la propria esistenza e (ri)comprenderne il valore.

Miele è un inno alla vita cantato da un coro di morte, un film che trova la spinta vitale proprio dall’attrazione mortifera. La sofferenza, lo strazio e, ancora peggio, l’indifferenza dicono quanto in effetti morire sia molto più facile di vivere davvero. Da una parte un sorso, la coscienza della fine, dall’altra la necessità di lottare, di resistere all’abitudine, alla solitudine, alla noia. Come Irene che dispensa morte non meno di quanto ne incarni l’essenza. Una ragazza che muore ogni giorno, assuefatta al dolore, bisognosa di sfiancarsi con lo sport pur di avvertire il suo cuore che batte, estrema conferma che infondo esiste ancora.

Eppure a questo paradigma tragico, cadenzato da un tremendo rituale di morte, si oppone l’imprevedibilità della realtà, piena di variabili, di incontri e stracolma di delicatezza nascosta ovunque, in chiunque. Lo scambio caldo di una chiacchierata, i passi nell’eco della notte, le note ascoltate insieme, lacrime condivise, il calore di un abbraccio, declinano i rapporti umani dentro una netta opposizione all’anestesia del vivere. Così il male invisibile sa trovare nel dramma il sapore dell’altruismo e regalare un’ultima speranza di leggerezza, di un sorriso dolcissimo. Quasi come se solo di fronte alla consapevolezza della fine, si possa arrivare alla comprensione del fine.

Giuseppe Grossi

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