L’uomo che visse due volti

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C’è una donna dietro la tenda-carriera di Alfred Hitchcock. Non urla, non sbraita, non si dimena, si spaventa, ma non lo fa notare. Moglie fantasma eppure solida, penna nascosta eppure tagliente, Anna Reville è la consorte che supporta e sopporta il peso di una relazione complicata, assieme all’ego enorme del maestro del brivido.

Con l’ordinato biopic Hitchcock, l’esordiente Sacha Gervasi mette in scena la tribolata gestazione di Psycho, spunto narrativo per cercare di raccontare la persona dietro il personaggio Hitchcock. Impresa difficile (ma riuscita) considerando il profilo e l’ombra di un uomo ossessionato dal lavoro, dall’eterna ricerca di una Musa ispiratrice e per questo irraggiungibile.

Personaggio goffo, plastificato da un trucco coprente ed esasperato, l’Hitchcock di Antony Hopkins è la mascotte di un modus vivendi voyeuristico e passivo. Hitchcock non vive la realtà, ma la osserva, la divora, fagocitando con fame bulimica la vita altrui. L’occhio è una cinepresa ossessiva, spia da ogni anfratto, porta, finestra, spioncino. L’arte passiva del regista inglese elogia il guardare, studia il comportamento altrui e se ne nutre per dar vita all’opera come imitazione della vita stessa. Con la finestra sempre aperta sul cortile del mondo. Ma senza il sentire, lo sguardo non creerebbe terrore né disturbo negli occhi di chi guarda. Così Anna rappresenta il suono, la colonna sonora di sottofondo, necessaria compagna di un artista visionario, fanatico nel lavoro quanto distratto nella vita.

Basato su due interpreti sapientemente sopra e sotto le righe, Hitchcock ha un ritmo rapido e gradevole, capace di insinuarsi nella vasca da bagno del privato di un uomo dai due volti. Esperimento meta testuale arredato da scontri dialettici brillanti, attraversati da una costante ironia, rivolta come d’abitudine alle case di produzione hollywoodiane, allergiche al rischio del disturbo e fedeli alla reiterazione di cliché rassicuranti.

Marito e moglie, con letti separati da un comodino che cela i segni nel cassetto, scrivono assieme una storia d’amore e di convivenze, alimentando il tema del doppio tanto caro al regista. La natura umana è scissa, costretta alla complementarità tra spinte diverse, imprevedibile come ogni persona. L’irrazionalità è la cifra stilistica di un cinema audace, che ha avuto il coraggio di insinuare nelle case di chiunque mostri prima d’allora simili solo a mummie, vampiri e licantropi. Questo film non possiede temerarietà, ma è una significativa rappresentazione nostalgica di un’arte coraggiosa, dispersa nell’eco del bianco e nero, riassunta in quell’ombra che incombe nella fabbrica dei sogni e degli incubi.

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