Futuro interiore

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La Terra é solo un ricordo. Della Luna rimangono i detriti e sul pianeta gli  Scavengers, alieni invasori. sono stati sconfitti a suon di bombe nucleari. Gli uomini hanno vinto la battaglia, ma perso la guerra del loro habitat. Il grande esodo è diretto verso Titano, moderna arca di Noè spaziale. Ma c’é ancora un uomo, dalla memoria azzerata. costretto a visitare i detriti del suo pianeta. Lo fa per dovere, per riparare dei droni utili a raccogliere ultime energie dal pianeta morente. Jack Harper conserva ancora un forte senso di appartenenza e un cappello degli Yankees che lo legano ad una nostalgia latente, alimentata da ricordi travestiti da sogni.

Dopo Tron Legacy Joseph Kosinski si conferma un regista interessato ad un cinema di ricerche profonde, percorsi ad imbuto che si insinuano nella (ri)scoperta. Se nel sequel Disney aveva cercato tracce di anime nelle macchine, qui inverte la rotta e si impegna nel recupero di un tepore sentimentale in un modo dominato dalla tecnologia.

Eppure, nonostante gli sforzi e le solite corse forsennate di Tom Cruise (moto e occhiali da sole inclusi) la seconda sembra avere la meglio. Oblivion risulta un’opera fredda, in cui l’impianto visivo algido e glaciale rispecchia i rapporti tra i personaggi. Non c’è sospensione di incredulità e gli elementi fittizi  diventano ostacoli per una visione immersiva.Tom Cruise si danna l’anima e spreme le sue meningi, ma Olga Kurylenko inibisce ogni possibilità di empatia con le sue espressioni da cyborg. L’attaccamento disperato ad un briciolo di umana abitudine è affidata poi ad una serie di stereotipi statunitensi. Un canestro, una camicia country e gli echi di un vecchio stadio non bastano a giustificare il peso dei ricordi.

Se l’intreccio è imperfetto e disseminato di momenti troppo didascalici (vedi scena partita di football e il ricordo reiterato del binocolo) gli intenti morali risultano per lo meno interessanti. Kosinski rivede Shakespeare e ci dice che siamo fatti della sostanza di cui sono fatti i ricordi. Quello che siamo stati in qualche modo sarà sempre. Il corpo é solo un hardware, mentre la memoria è un software cocciuto che non si può disinstallare.

Oblivion é un film sulla memoria, rievocazione visiva di tante cose che al cinema abbiamo già visto. Un’operazione cosi evidente da far pensare all’omaggio intenzionale. Dai campi umani di Matrix, ai sacrifici di Armageddon sino al concetto (già espresso in Fahrenheit 451 e persino in Equlibrium) che la cultura leghi l’uomo alla sua natura di essere libero e pensante.

Il pubblico è libero di pensare che Tom Cruise e Kosinski abbiano troppa malinconia del passato, e di provare nostalgia di un cinema capace di raccontare futuri interiori,  legati al virus eterno delle emozioni.

Giuseppe Grossi

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