Tale padre, quale figlio

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Luke è un motociclista che corre, ma non va avanti. Gira in tondo in una cella sferica da stuntman. Gli unici segni evidenti del suo passato sono sul corpo, tempestato di tatuaggi, ma inaridito da un passato privo di guide. Sulla sua strada ritorna Romina, vecchia fiamma mai spenta, questa volta assieme ad un bambino, loro figlio. L’improvvisa paternità fa scattare in Luke un travolgente senso di responsabilità e protezione, istinto nobile nell’animo, ma maldestro negli intenti. Così l’affetto e il desiderio di regalare ciò che a lui era stato negato si traduce in rapine, inseguimenti, corse folli verso il possesso di qualcosa per ottenere qualcuno. Fino a quando ad un incrocio incontrerà Avery, poliziotto ligio al dovere, che sembra vivere in antitesi con Luke. Il primo eroe solido e benvoluto, pienamente inserito nella società; il secondo fantasma evanescente e maledetto, in perenne ricerca di accettazione. Il passaggio di testimone tra i due avverrà sui toni del dramma più atroce.

Come un tuono è un film imperfetto come i suoi protagonisti, anime perse, l’uno ombra dell’altro. Due persone che gestiscono in maniera diversa la propria spinta verso il male, sopprimendola nella normalità, o esprimendola con una violenza disperata. L’opera di Cianfrance rappresenta due piani opposti del vivere. Da una parte i padri, che possiedono la scelta di fronte ad un bivio (giusto/sbagliato, agire/subire), dall’altra i figli, inevitabilmente indirizzati verso un’unica via da un’eredità balorda.

Per questo Cianfrance insiste sulle spalle e dietro la schiena dei quattro uomini, forse mai stati ragazzi, dando forma al loro fardello che opprime. Il regista statunitense si insinua in una storia difficile, uscendone più vittima che narratore. Prende in prestito lo stesso Gosling di Drive (stuntman rapinatore, amico di un meccanico, violento, ma protettivo verso madre e figlio) e lo mette in sella. Ma i tempi del suo film sono in antitesi con Refn e col suo titolo: dilatati, lenti, eccessivi e non funzionali ad un racconto depresso oltre che deprimente. Dramma tutto al maschile, in cui le donne guardano immobili, che scava bene nei temi del destino e della paternità, senza però estrarre il necessario per lasciare lo stesso segno di questi genitori sbagliati.

Come un tuono segna la via, ma non spalma cemento tra i suoi personaggi, che si muovo sfilacciati l’uno dall’altro, in un tessuto relazionale sfibrato, penalizzato da dialoghi monocordi. A emergere è soprattutto il filo d’acciaio del determinismo, quel segno che pare indelebile nel DNA, ma forse è solo un tatuaggio che ristagna sotto pelle, nello sguardo, ma non nelle strade da intraprendere, non tutte circolari, non tutte gabbie sferiche senza uscita.

 Giuseppe Grossi

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