La dolce meta

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Pat ha un disturbo bipolare e un chiodo fisso: riconquistare sua moglie. L’ultima volta che l’ha vista era in doccia a tradirlo con un collega che Pat ha picchiato a sangue. Dopo otto mesi di cura psichiatrica intende ripulirsi dall’appannamento mentale causato dai farmaci e dai chili di troppo per reinserirsi con discrezione nella sua vita di prima. Ma l’esistenza non è una roulette immobile e a questo nuovo giro Pat troverà sulla sua strada Tiffany, giovane vedova con il suo stesso vizio della stravaganza, percepita come diversità.

Dopo The Fighter, O. Russell torna nel microcosmo familiare per raccontare con ancora più sensibilità e dovizia di particolari una corsa forsennata, non tanto ad una seconda occasione, ma alla prima e consapevole esperienza di vita. Niente filtri, nessuna censura, solo disperata sincerità. La pazzia di Pat e Tiffany è tutta qui, nel concedersi senza barriere, denudandosi di ogni schermo e pudore, affrontando insieme il peggio di un passato da tenere presente per sperare in un futuro migliore.

Due protagonisti di cui si avverte la fatica nel credere in qualcun altro prima che in se stessi, e di cui ci viene mostrata una solitudine all’interno di una società più frustrata  di loro. Una cittadina americana che vive immersa in piccole schizofrenie quotidiane, dalle scommesse alle abitudini asfissianti, dove la televisione e lo stadio sono valvole di sfogo per personalità represse dalla routine.

Il lato positivo sta dalla parte delle briciole, dei resti di una modernità monotona. Riparte da due protagonisti che si ricostruiscono partendo da due luoghi di scarto: il sacco dell’immondizia e un vecchio garage rimodernato a sala da ballo. La morbida durezza di Jennifer Lawrence e l’occhio allucinato, ma sensibile di Bradley Cooper vanno a braccetto come i loro protagonisti, due persone che hanno bisogno di ricordarsi i tempi e i passi dello star bene.

C’è tanta vita in questo film, vero perché difficile, credibile come le dinamiche intime che rappresenta, così vicine a chi non solo guarda, ma sente ogni cosa sulla schermo. La casa di Pat, con un padre in cui è difficile specchiarsi e una madre che ama e assiste tra lacrime e baci silenziosi è l’emblema di una sala che diventa salotto, luogo famigliare per il pubblico che entra in questa storia semplice eppure così complessa.

Pat e Tiffany corrono e sudano assieme alla ricerca di una dolce meta, un traguardo da tagliare insieme per smettere di rincorrere la felicità. Lei con la sua paura di quello che è stata, lui di quello che non sarà più. Si può cambiare solo col coraggio di dire addio a quella parte di noi che riconosciamo solo come frammento e non più come tutto. Ci si rimette in corsa e in gara e non importa che la media sia bassa, per chi riparte da zero un cinque vale come una mano da stringere ancora una volta.

Giuseppe Grossi

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