Mosca bianca

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L’Impero Russo di metà ‘800 assomiglia ad uno stanco spettacolo teatrale in cui ogni persona è personaggio e dove il ruolo sociale impone il rispetto di un copione già scritto. In questo rigido tavolo di scacchi si muove inquieta la bellezza annoiata di Anna Karenina, moglie di un ministro dello Zar, madre di un figlio e nostalgica della donna che ha seppellito nell’abitudine. In viaggio verso Mosca, dove cercherà di salvare il matrimonio del fratello fedifrago, conosce il giovane ed impetuoso conte Vronsky, promesso sposo di sua nipote. L’amore tra i due è immediato e senza freni, portandoli in un vortice di passione sfrontata nei confronti di un società in cui le regole dei personaggi valgono più dei sentimenti delle persone.

Joe Wright gioca con le scenografie in modo dinamico e fluido, facendo muovere i suoi personaggi da marionette danzanti. La messa in scena è pomposa e lussureggiante, ma ad agire sono solo burattini che non danno profondità alle loro azioni e ai loro intenti. Tutto scorre quasi per dovere di copione più che per volontà dei protagonisti, così Anna Karenina risulta un’opera stanca come la sua protagonista e insoddisfacente come la sua esistenza. L’avvicinamento dei due amanti è sterile di fascino, il loro amore privo di credibilità, il loro strazio senza empatia.

Del romanzo di Tolstoj vengono solo accennati i toni umani del disagio. Come gli amori che hanno bisogno di palco e pubblico per essere legittimati; dei malesseri di una donna incapace di gestire prima la noia di un rapporto logoro e poi i sentimenti impetuosi di una relazione viva e per questo tumultuosa. Anna Karenina è una mosca bianca in un tessuto sociale in cui i doveri sormontano i diritti, una donna che a suo modo non si vergogna del suo coraggio, ma del suo tormento emergono solo le fastidiose crisi isteriche di Keira Knightley.

Tutti gli interpreti rimangono imbrigliati nei fili del burattinaio Wright, più attento alla scenografia che alla sceneggiatura di un film bello da vedere, ma non da seguire, freddo e distaccato in cui il meglio (la ricerca della semplicità di un giovane proprietario terriero) rimane nascosto, celato incomprensibilmente dietro le quinte e affogato sotto la neve di una Russia posticcia. 

Giuseppe Grossi

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