Sevizi segreti

Immagine

L’11 settembre non merita altre immagini. Non oltre quelle che le nostre menti hanno imparato a memoria, incorporandone lo strazio. Le urla di quel dolore portano direttamente in Medio Oriente. Tra Pakistan e Afghanistan l’orgoglio ferito degli Stati Uniti risponde al necessario effetto domino dell’atto terroristico. La caccia alle cellule di Al Quaeda è estenuante, e la ricerca del suo nucleo, Bin Laden, impone il compromesso dell’imitazione del terrore. La giovane e brillante Maya, agente dalla CIA, è così costretta a scendere a patti con i sevizi segreti avvenuti nelle carceri americane,  in cui la verità si cerca senza rispondere alla pietà.

Zero Dark Thirty rappresenta l’ora di guardare in faccia la storia. Uno dei momenti più bui dell’umanità viene alla luce sullo schermo. Ma non c’è alba che gratifichi il tramonto del valore disperso dell’umanità. Kathryn Bigelow dirige con il solito distacco semi documentaristico gli anni che hanno preceduto l’uccisione di Osama Bin Laden. Il coraggio della rappresentazione non scende mai a patti con la messa in scena o con la spettacolarizzazione della missione. Perché non c’è vanagloria nel viso scavato della sua protagonista. Questa caparba eroina è l’emblema di un Paese costretto a valicare gli argini del lecito. Il film non si schiera, non si concede giudizi morali. I fatti dicono tutto quello che c’è da sapere.

Zero Dark Thirty ha un ritmo incessante e quasi claustrofobico. In Maya non c’è aspirazione,ma vocazione blasfema per la ricerca di uno spauracchio, personificazione di un parola, “terrorismo”, entrata inevitabilmente nel vocabolario del mondo. Un personaggio apparentemente senza passato e futuro per cui difficilmente si fa il tifo, perché i tremendi passi del suo incedere portano all’anestesia degli entusiasmi. La Bigelow costringe ad una tortura che avviene su due piani paralleli. Quella fisica degli ostaggi privati di dignità e quella emotiva di personaggi inariditi da una caccia all’uomo, in se stessi prima che tra le sabbiose caverne mediorientali.

Un film amaro, utile a capire come in realtà lo sconfitto in qualche modo abbia vinto la sua guerra sacra. Si è costretti a specchiarsi in un male che in fondo è riuscito nel suo intento. Creare dolore, pena e abominio, permettere che la morte diventi il più importante degli obiettivi. Il nemico ha vinto comunque, perché invisibile, perché capace di andare oltre quel terribile nome e cognome.

Giuseppe Grossi

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