Miseria è nobiltà

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Cadute nel fango, mani tese, ginocchia insanguinate e risalite. Quella dei miserabili parigini è una storia incostante di  note a margine. Messi agli estremi di una società divisa nettamente in alti e bassi. In uomini di Stato e gente degli strati più bassi e infimi di un popolo dalla dignità calpestata. Non c’è vita, solo sopravvivenza. Jean Valjean e Fantine sono tra loro. Lui, costretto a 19 anni di reclusione e lavori forzati per aver rubato del pane per un nipote affamato. Lei, donna abbandonata e sola, con la responsabilità di una figlia da mantenere in povertà. Persone logorate nell’animo e nel corpo, a cui la disperazione ha tolto tutto tranne la speranza di credere in qualcosa in assenza di un qualcuno. Valjean, folgorato dalla misericordia e dal perdono divino, rinsavisce dal suo astio per il mondo e prende a cuore la vita della piccola Cosette, a cui tenterà di regalare tutto ciò che sua madre non ha mai avuto.

Les Miserables è un musical potente, capace di insinuarsi nei vicoli scuri della Parigi ottocentesca, svelandone vizi e virtù, analizzandone balordaggini e sogni spezzati, fino a farne avvertire il fetore. Un’opera corale che riesce a dare voce agli emarginati in eterno conflitto col proprio destino infame. Il film di Hooper è impregnato di valori cristiani eppure assolutamente laici. In costante bilico tra la necessaria spinta nella fede nei sogni e l’amara constatazione del disincanto che accompagna ogni vissuto. Vivere un sogno è molto più pericoloso che immaginarlo, perché include il rischio della perdita, dello smarrimento e della sfiducia a cui solo l’amore di uomo, donna, padre o amico può porre rimedio.

Le interpretazioni strazianti di Jackman e Hathaway scandiscono il dolore dell’estenuante ricerca di una duplice libertà. Quella sociale condivisa, in nome dei celebri valori d’uguaglianza della Rivoluzione francese, e quella intima dell’animo. Liberazione più che libertà; dai rancori del passato, dal potere oppressore della malinconia e del male ricevuto o inferto.

Il romanzo di Hugo prende corpo e suoi personaggi misericordiosi, prima che miserabili, cantano in coro un inno al Perdono, effetto domino verso la pace e l’altruismo. Polmoni e diaframma inspirano sofferenza e amarezza, con  la voce che espira speranza e riscatto dritto nel cuore. Per i miserabili il dolore è la condizione esistenziale che porta ad una messa in discussione dell’animo e della persona. L’integrità della ragione e le certezze del dovere invece, come per il testardo Javier, non portano che alla sterilità.

Le Miserables è un’opera sontuosa e intonata che, dopo Il discorso del re, conferma l’interesse di Hooper per la voce come mezzo d’espressione intimo ed estremo. Una regia sempre funzionale al racconto indugia sulle bocche dei personaggi e riprende spesso il loro punto di vista. Dal basso delle strade all’alto dei palazzi, a seconda dei casi. Con l’unica pecca delle scene d’azione, confuse e poco avvincenti, che non rientrano nello stile “da camera” del regista inglese.

Se il Destino è una colonna sonora che si è costretti ad ascoltare, allora le corde vocali dell’animo, perso e poi ritrovato, macchiato e poi rinvigorito dal dolore, sono l’unico mezzo per riuscire a segnare (e suonare) la propria traccia di passaggio nel mondo, di chi rimane come di chi va via.

Giuseppe Grossi

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