Cartone rianimato

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Non è colpa del bianco e nero. La città di New Holland, che tanto assomiglia ad Hollywood con quella scritta sul colle, è grigia di suo. Le vie tutte uguali accolgono famiglie dal futuro simile al presente, capaci di vivere come nelle più banali delle sceneggiature. Ma tra i banchi di una scuola capace di insegnare la curiosità, si muove l’estro creativo e timido del piccolo emarginato Victor Frankenstein. Dalla sua parte solo due genitori che si preoccupano per lui senza occuparsi di lui e un cane affettuoso. La ricetta di Victor è composta da questo: sperimentazioni, desiderio, cinema, sogni. Uno si infrangerà con la morte del vivace Sparky che nel cuore non andrà mai via per poi tornare davvero.

Con Frankenweenie (alla lettera “Franken miserabile”) Tim Burton ripropone in stop motion un suo corto del 1984, al tempo non gradito in casa Disney per temi ed immagini sgradevoli. Il figliol prodigo e scapestrato torna tra le mura del castello magico e costruisce un film di grande semplicità, eppure tempestato di citazioni e fradicio di metafore.

Potrebbe essere la storia del giovane Tim, costretto ad a tenere al guinzaglio la sua creatività visionaria e disturbante. Una fascinazione costante per il mondo dei morti non per necrofilia fine a se stessa, ma per un paragone spesso calzante tra chi esiste senza vivere e chi non c’è più. Dopo la Sposa Cadavere (di cui riprende nome e fattezze del protagonista) le realtà vita/morte tornato ad incrociarsi, imponendo il paradosso della maggior vitalità di chi ha spirato l’ultimo respiro rispetto a chi ancora respira senza aspirare a qualcosa.

Se la creatura narrata da Mary Shelley (qui omaggiata da una tartaruga) era un macabro assemblaggio di organi e arti altrui, Frankenweenie è un gioco meta cinematografico che vive di personaggi e storie altrui. Non solo tanti richiami al cinema burtoniano (il bianco nero di Ed Wood, le ville a schiera di Edward mani di forbice, un aquilone di Batman, bambini grotteschi come ne La fabbrica di cioccolato) ma soprattutto un ludico rimando a situazioni storiche e condivise dal pubblico. Così la Monster Legacy incontra Godzilla e gli Uccelli di Hitchcock si intrecciano con Jurassic Park e addirittura un pizzico di Cloverfield.

Il risultato è un delicato film di ri-animazione che non eccede nella messa in scena di una stranezza grottesca, ma in maniera scarna ed efficace si presenta come un piccolo esperimento narrativo ben riuscito. La macchina da presa di Burton assomiglia ad un cannocchiale; avvicinando il proprio sguardo ad un’analisi del mondo arriva a scoprire che il vivere è mosso dalle domande e non dalle risposte, dai dubbi più che dalle rassicurazioni, e che i sentimenti, non un una scienza esatta, rimangono latenti dentro di noi anche quando l’esperienza li dà per defunti. Passione, amore, spirito critico. Sono loro i migliori amici dell’uomo.

Giuseppe Grossi

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