Ghetti Western

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Il dentista tedesco Schultz ha un’amorevole cura per le carie della società. E da buon cacciatore di taglie le estirpa freddamente, senza pietà e con molta ironia. Ma per riconoscere l’ennesimo trio di manigoldi avrà bisogno del più assurdo e impensabile compagno che l’America schiavista possa prevedere: uno schiavo nero. Django ha la schiena frustata e l’animo frustrato dal desiderio di ritrovare sua moglie. Il buon dentista sposerà la sua causa, vendetta necessaria annessa. Un bianco, per di più tedesco, che ispira e incoraggia un nero. Coppia davvero sfrontata per quell’America come per il mondo “bastardo” che verrà.

A Tarantino basta un dente che oscilla su una carrozza per mettere le cose in chiaro. Django Unchained ondeggia tra il citazionismo cinefilo, il rispetto del suo pulp e l’esercizio ludico ad oltranza. Un film visivamente potente e sempre arguto nei dialoghi, in cui l’animo del bianco è candido come la pelle nera e il rosso delle viscere sembra l’unico finale possibile. Un’opera che puzza di sudore e sa di sangue, in cui se ne vedono di tutti i dolori.

Non è un lontano West. Non c’è bussola che possa localizzare e arginare Django Unchanied e un Tarantino particolarmente scatenato. Il regista ha l’abilità di giocare con i generi. Se ne serve, li spreme senza esserne vittima, entra ad esce dai canoni come un proiettile nella carne. Non è un western, né uno spaghetti western. È Quentin Tarantino e tutto quello che ci si aspetta da lui.

La disperazione dei neri ghettizzati è la vena pulsante che giustifica la solita esasperata violenza che schizza sulle pareti. Non c’è mai pietà in questo mondo arido. Perché non ci sono limiti. Sono tutti fuorilegge egoisti. Vendetta, divertimento, danaro. Tutti perseguono il proprio fine. Ma il meglio avviene sempre a tavola. La convivialità fa emergere l’arte oratoria, ovvero il meglio del film e dei suoi personaggi ben delineati. La costante ambiguità di Waltz, l’efficace sarcasmo di Django Foxx, la spietata follia del rampollo viziato di sevizi (un Di Caprio eccezionale, consumato come i suoi denti) e il fetido servilismo del maggiordomo Jackson, perfetta incarnazione del germe razzista, capace di giustificare qualsiasi cosa.

Nonostante Kill Bill avesse già evidenziato una passione per il “bang bang”(e questa colonna sonora ne recupera l’intensità), qui ogni duello viene vinto a mani alte e a bocca aperta. Perché non c’è proiettile più penetrante delle parole e grilletto più efficace della lingua. È così che Django si guadagna la stima, la curiosità e la fascinazione di chi lo circonda. È l’abilità del pensiero che lo rende libero.

Tarantino galoppa senza sella verso il suo cinema, ormai capace e degno di imitare se stesso. Forse troppo. Il che non toglie piacere all’opera, ma ne limita la meraviglia. Questo film ha un unico grande difetto: quello di essere preceduto da Bastardi senza gloria da cui saccheggia la maggior parte dei suoi meriti. Dal titolo citazionista, al costante senso di punizione nei confronti di un’ imperdonabile aberrazione umana. Esplosioni annesse. Ancora una volta dai problemi di razza alla razzia il passo sarà breve.

Il cinema di Tarantino è tutto il contrario della “D” nel nome del protagonista. Non muta. Vince sempre il duello con il mirino che  punta sempre dove tutti già sappiamo.

Giuseppe Grossi

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