La ricetta della facilità

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La maglia di George Dyer non é più sporca di fango e sudore, ma solo impregnata di ricordi e gloria passata che ristagnano su Youtube. Sulla sua bacheca tante ex amanti, qualche ex maglia e una ex moglie. Grande ex attaccante, pessimo ex marito, George ha dilapidato la sua fortuna in danaro così come quella di avere un figlio amorevole da una donna che lo ama. Troppo immaturo e scapestrato, Dyer ha preferito cedere al fascino del turn over carnale piuttosto che giocare costantemente in casa. Tenterà un ultimo disperato contropiede al novantesimo, con la speranza di chiudere al meglio il triangolo padre-marito-uomo.

La metafora calcistica è banale e scontata come tutto l’ultimo film di Gabriele Muccino. Quello che so sull’amore è una ricetta preconfezionata in cui gli ingredienti sono prevedibili come il gusto insapore del piatto. L’iter narrativo rispetta con dovizia di particolari (il figlio chiamato “ehi campione”, lui che dice “non è come sembra”, e persino la busta della spesa con la baguette che fuoriesce diligentemente) tutti cliché della commedia sentimentale americana.

Muccino sembra imbrigliato in una storia quasi imposta e mal impostata, basata su una macrotematica, quella del rapporto padre-figlio, già sviscerata con buoni sentimenti nel sincero La ricerca della felicità, di cui mantiene solo e soltanto la convincente prova del protagonista.

Qui parliamo di buoni sedimenti, considerando l’accumulo eccessivo di stereotipi, dialoghi e situazioni già visti e sentiti. È tutto quello che già sappiamo sull’amore. Era dai dimenticabili tempi di Mangia, prega, ama che il cinema americano non parlava dell’Italia solo in termini di Ferrari e belle ville in Toscana. Con Denis Quaid a capeggiare il carro delle tante maschere al botulino che si aggirano per il film.

Se solitamente i titoli italiani tendono a banalizzare nella traduzione, Quello che so sull’amore (in originale Playing for keeps) è onesto, quasi avverte e non fa che rendere onore a questa storia che tutti già conoscevamo. Muccino lo si immagina pieno di pentimento e con la voglia di rifarsi proprio come Butler. La domanda da porsi non è “perché vederlo”, ma “perché è stato girato”.

Dispiace non trovare qualcosa di buono in un film di un regista italiano che sta tentando di affermarsi in America, ma come il calcio insegna il tifo non basta. Qui Muccino ne esce a pezzi, quasi vittima di un sistema più grande di lui, con una storia più prevedibile del risultato di Barcellona-Portogruaro e una morale che non si può ancora banalmente accostare ad un perfetto autogol.

Giuseppe Grossi

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