Odio su tela

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La vita di Mister Oldman è come una visita in un museo. Guardare, ma non toccare. Le donne più di tutti. I guanti e lo sguardo algido segnano le sue distanze dagli altri. Il collezionismo di ritratti femminili, uniche fugaci amanti delle sue giornate tutte uguali, ne rivelano il malessere, la solitudine e la mania. La sua affettività malata è tutta riversata su una mostra privata di sguardi appesi che si fanno desiderare in silenzio. Non c’è viso che meriti di essere guardato o toccato se non sdraiato sulla tela di un quadro.

La vita di Mister Oldman, eccentrico antiquario organizzatore di aste, viene stravolta dall’arrivo di una voce femminile che sembra far leva sulle passioni del protagonista. Una villa abbandonata piena di oggetti da valutare, pezzi sparsi di un antico automa da ricostruire e una donna che appare perfetta perché non appare, usando una casa come cornice. Solo voce, desiderio, immaginazione. La curiosità di un desiderio finalmente umano si insinua nell’aridità di un uomo che sembra aver sublimato nell’arte una vita anaffettiva.

Il cognome del protagonista è solo una delle tante metafore sparse ne La migliore offerta. Tornatore costruisce un lunghissimo binario sui quali scorrono di continuo la storia e il suo significato allegorico. E per rafforzarne l’effetto crea un film in cui la ripetitività di situazioni e dialoghi vorrebbe essere funzionale all’ossessione dell’antiquario, risultando esercizio di stile fine a se stesso. La donna come opera da svelare quasi fosse un’inaugurazione perennemente rimandata, l’amico aggiusta tutto che aiuta a ricomporre l’automa e autostima del protagonista, il bar come luogo inquietante per forza di cose.

Tornatore ha sempre avuto gusto per la ridondanza, ma sta volta eccede in un’opera che si piace troppo e che, come farebbe Oldman nella sua stanza, si fa guardare con compiacimento dal suo creatore più che dal pubblico. Un film controverso che trova nel vortice vissuto da Rush l’unico buon motivo per farsi vedere. E non a caso La migliore offerta è capace di definirsi con una sua frase. “Non è brutto, solo non è autentico”. Come proiettato in una stanza vuota troppo piena di autoreferenzialità. Eco e ego.

Giuseppe Grossi

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