Il Ritorno della Compagnia

121412-the-hobbit

Partire eppure tornare a casa. Un viaggio inaspettato eppure atteso da molti. Lo Hobbit è un film pieno di vie. Alcune passano per l’inevitabile confronto con Il Signore degli Anelli, altre attraversano le righe di un romanzo per arricchirle di dettagli e fondamenta, ma tutte partono dalla e portano alla Terra di Mezzo. Un ritorno aspettato dal grande pubblico che bramava questo evento (prima che un film) quasi fosse indispensabile come l’Unico anello. Ma del ritorno a pensarci bene non c’è traccia, perché questo è in effetti l’inizio del viaggio, la prima vera avventura che spalanca la rassicurante porta di casa Baggins verso il Mondo.

Anche Peter Jackson ha dovuto lasciare la sua Contea fatta di successo e soddisfazione per intraprendere un viaggio ostico. Tornare nello stesso posto con un’altra storia e un’ altra consapevolezza, senza la mano vergine di dieci anni fa. Rievocare senza auto plagiarsi, tradurre in una nuova epopea una splendida favola per ragazzi. Con l’occhio dei fan più attento di quello di Sauron, pronto  a vigilare sulla salvaguardia di un altro mondo, ormai l’habitat naturale della fantasia condivisa.

Lo Hobbit è un film dalla fabula semplice come l’animo di Bilbo Baggins. Una Compagnia (rieccola) di tredici Nani coraggiosi decide di riconquistare Erebor, glorioso regno del loro popolo, conquistato dal drago Smaug, spietato devastatore, innamorato di oro e ricchezze. Ad aiutarli la saggia diplomazia di Gandalf il Grigio e la necessaria e quasi involontaria scaltrezza dello hobbit Bilbo (un Freeman sapientemente spaesato), costretto ad abbandonare l’arida abitudine domestica, piena di risposte e priva di interrogativi e quindi di crescita.

Peter Jackson riesce a cogliere a pieno l’anima pura del racconto e del suo protagonista, ma allo stesso tempo arricchisce il tessuto narrativo di Storia, di rapporti tra popoli (vedi ostilità tra Nani ed Elfi) impregnando il tutto con una sapiente dose di ironia e azione. Ma Lo Hobbit non è Il Signore degli Anelli. E per fortuna non intende esserlo. Non ne possiede la portata epica, ne tanto meno comprende l’incombenza del Male come parte integrante della storia e dell’animo dei suoi protagonisti. Qui si ha sempre la sensazione del lieto fine, dell’impraticabilità del negativo e del pericolo come espediente per un’azione sempre spettacolare nel suo essere quasi coreografica (lotta con gli orchetti su tutti).

Lo Hobbit è una costante dicotomia tra grande e piccolo, tra valori estremi (Lealtà, Amicizia, Coraggio) e sensibilità intime. E qui emerge chiaro l’uso metaforico che Tolkien fece della statura. Piccoli esseri nascondono capacità impossibili anche per un grande Mago potente e (in)fallibile come Gandalf, che qui conferma la sua storica figura di “talent scout” lungimirante, vero e proprio tessitore silenzioso della politica del regno di Arda.

Tutta l’opera è un costante inno alla semplicità e alla purezza. Qualità che possono emergere solo esponendosi alla contaminazione del mondo. Con la contrapposizione tra sentimenti che tengono ancorati al passato, come il rancore e il pregiudizio e quelli capaci di andare oltre il tempo e la razza come la solidarietà, l’altruismo e  il senso di appartenenza ad una Casa prima che ad una causa. Con i piccoli gesti più importanti delle grandi gesta, con le parole a ferire più di qualsiasi arma come nel magistrale confronto dialettico tra Gollum e Bilbo, di cui ancora dovremo pesare il fardello che porta in tasca.

Però sembra che uno scudo di quercia non basti a proteggere il film da qualche difetto evidente. Da un senso dell’humor a tratti tendente al grottesco, alla descrizione troppo marginale di alcuni protagonisti, nani su tutti, che fungono da semplice sfondo d’intrattenimento o rimandano alla trilogia dando alcuni vissuti (vedi Elrond, Galadriel e Saruman) quasi per scontati. Il Signore degli Anelli ha creato un mo(n)do di fare cinema, influenzando l’estetica del fantasy. Per questo suscita una certa impressione provare non tanto dejavù della Compagnia dell’Anello (la città sotterranea degli orchi come Moria) ma addirittura de Le Cronache di  Narnia, con la slitta di Radagast trainata dai conigli di evidente stampo disneyano.

Eppure nonostante qualsiasi sforzo è davvero impossibile non ritenere questo film debitore (nel bene e nel male) del suo naturale sequel perché l’emozione che si prova guardando lo sguardo ancora innocente di Frodo e quello sperduto del povero Gollum fa leva su una memoria cinematografica condivisa troppo forte da cancellare.

Per questo qui non c’è bisogno di occhialini. La terza di dimensione non ci viene addosso, ma ci accoglie aprendo le sue porte ancora una volta. Si chiama Terra di Mezzo.

Giuseppe Grossi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: