Un giogo da ragazzi

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Il mondo di Wes Anderson è un’isola a sé stante. Un arcipelago di deliri e frustrazioni che nonostante tutto non riescono a frenare l’enorme forza dei sogni e dell’arte. Una realtà di cartapesta colorata abitato da marionette impazzite. Lo spazio è fluido come un pannello teatrale, i tempi si alternano. Veloci come la nevrosi e lenti come la poesia.

Moonrise Kingdom è il nome di un sogno giovanile. Due dodicenni disadattati fuggono insieme alla ricerca di una loro normalità e di un senso di appartenenza che non li è mai riguardato. Suzy ha due genitori che non riescono a fare il padre e la madre. Una casa rigida, tre fratellini asserviti al comando di una madre che parla col megafono. Un papà attento solo alla sua depressione. Sam è messo ai margini dagli amici dei suoi affidatari. È orfano ed è quasi una fortuna.

Nel mondo degli emarginati di Wes Anderson la famiglia è un luogo di persone costrette a convivere e mai un insieme felice. Qui i piccoli giocano a fare i grandi perché sono più maturi di loro. Per lo meno sanno cosa non vogliono. Non vogliono ridursi come gli adulti. Una crisi generazionale che dipinge tutte le figure guida (il genitore, il poliziotto, l’educatore scout, l’assistente sociale) in maniera rigida ed incolore. Personaggi inetti, in bilico tra il male di vivere e lo stereotipo banalmente rispettato, che rimangono immobili nelle loro castrazioni.

Ecco perché bisogna fuggire, portando con sé le proprie passioni, ovvero la molla del proprio esistere. È necessario perdersi per trovare qualcuno o per provare qualcosa. Moonrise Kingdom è una splendida metafora condita di no sense che descrive la ricerca della felicità con una morale agrodolce. In una realtà senza buoni esempi la via, bussola e mappa alla mano, bisogna trovarla da soli. Possibilmente in compagnia dell’anima gemella.

L’arte è una di queste strade. Una via in cui sublimare la violenza e l’esasperazione a cui questo mondo costringe i suoi protagonisti. Così grazie all’amore e ad un pennello, una semplice tenda su una spiaggia qualsiasi può trasformarsi in un regno di imbarazzata dolcezza.

Giuseppe Grossi

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