Io sono l’agente

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La capitale del Regno Unito diventa l’ombra. Dopo un inseguimento capace di coinvolgere qualsiasi mezzo di trasporto e di sgualcirgli appena la camicia, James Bond viene colpito a morte. Affonda nel vortice della colonna sonora sinuosa di Adele, sprofondando in una morte apparente, tra titoli di testa evocativi e penetranti come una pallottola nel petto. Così la storica M. e la divisione della MI6 dovranno affrontare da soli la minaccia di un perverso hacker informatico che intende svelare i peccati dei servizi segreti britannici.

Con Skyfall Sam Mendes resetta il personaggio di Bond quasi il suo finto decesso servisse a giustificarne la resurrezione. Ma il Cavaliere Oscuro di Nolan è un ricordo troppo recente per non avvertirne l’influenza (ammessa dal regista stesso). James Bond Begins o Rises? Entrambe le cose. Le origini del suo ego, la giustificazione della sua devozione ad una causa, la risalita e il ritorno come percorsi necessari per arrivare all’uomo dietro l’icona.

 Come parte della nuova cinematografia supereroica (vedi anche ultimo Spiderman), anche Bond deve specchiarsi in sé stesso, in quello che è oltre che in quello che fa. Da dove vengo per spiegare dove vado. D’altronde 007 è sempre stato un ossimoro in smoking. Da una parte un numero, ovvero la pedina anonima di un sistema, dall’altra una persona fiera di pronunciare il suo nome e cognome.

Per spiegare meglio la risalita dagli inferi Mendes si serve di un degno diavolo. L’agente miscredente Silva (un inquietante Bardem), disturbato e perverso, è un perfetto contraltare alla razionalità di Bond, capace però di farlo ragionare sul senso spietato del suo/loro mestiere. Un agente del caos, capace di metafore e fughe che ancora una volta ritornano al Joker.

Nonostante il cambio di rotta, Skyfall rimane comunque un film su 007. Raffinato, ironico,  capace di scenografie evocative che spaziano dai colori fluo delle metropolitante orientali alle grigie e desolate atmosfere delle terre scozzesi. L’altro sesso è quasi un obbligo, osservato in una doccia fugace.

Alla fine il dubbio è quello di capire cosa guidi Bond, se il senso di dovere o un affetto travestito da stima. Mendes prende la mira, ma non spara il colpo finale. Proprio quando il percorso umano del personaggio sta compiendo il suo corso, arriva quel distacco british che ne frena la profondità. Bond si rimette la maschera e torna ad essere un prefisso. 

Giuseppe Grossi

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One response to “Io sono l’agente

  • Onesto e Spietato

    Bella recensione. Sam Mendes fa davvero un gran lavoro: resetta 50 anni di storia cinematografica dell’agente segreto più famoso al mondo e dà il via ad un nuovo corso. Craig m’è piaciuto per il suo essere agente-uomo, non un terminatoriano Jason Bourne. Ne parlo sul mio blog: http://goo.gl/gspFy 😀

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